Il rapporto tra etica e politica, o meglio il domandarsi come sia possibile,
oggi, ricondurre ad una seria fondazione etica e morale una pratica politica che,
al contrario, sembra sempre più appiattirsi a livello mondiale su una mera azione
pragmatica ed economica, ha costituito il tema centrale di un seguitissimo intervento
che l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha tenuto, nell’ambito
del seminario di formazione politica organizzato dall’associazione “Laboratorio
per la Polis”, presso l’Auditorium degli Archi a Roma. Poiché, tra gli obiettivi
che l’associazione si propone di promuovere, un ruolo certamente non secondario
è quello assolto dalla difesa, in particolar modo sul piano etico e culturale,
dei valori che hanno innervato la Costituzione italiana e che, in qualche misura,
costituiscono il fondamento dell’intera costruzione repubblicana, appare perfettamente
conseguente il fatto che oggetto privilegiato dell’intervento di Scalfaro sia
stato proprio il profondo rapporto esistente tra il complesso del nostro impianto
costituzionale ed uno tra quelli che ne costituiscono i punti “forti”, in particolare
sotto l’aspetto etico e morale. E cioè, il tema della pace, ed il “ripudio della
guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali” sancito dall’articolo
11 della Costituzione stessa.
Sul piano storico, non appare inutile sottolineare come l’articolo 11 fu il frutto
di un processo costituente che si svolse in un periodo della storia italiana,
e non solo di quella italiana, profondamente drammatico, che, anche per effetto
della bomba atomica, sembrava avere dischiuso le porte ad una nuova era dell’umanità,
e come il rifiuto della guerra, stabilito dalla Carta costituzionale, rappresentò
un punto di riferimento imprescindibile, oltre che sul piano del diritto internazionale
e del futuro assetto delle relazioni interstatali, anche su quello politico, etico
e culturale. Non si può dimenticare, a tale proposito, come lo stesso Sturzo avesse
definito la guerra come un fatto “immorale”, né si può dimenticare come per Alcide
De Gasperi non si desse possibilità alcuna di autentica democrazia senza la capacità
dello Stato di fondare i rapporti internazionali sui pilastri della tolleranza
e del rispetto dell’altro.
Sulla particolare contingenza storica che vide la nascita della Costituzione
repubblicana italiana, ha soffermato la sua attenzione lo stesso Scalfaro, il
quale ha ricordato, anche sulla base di un’attenta analisi documentaria dei verbali
dell’Assemblea Costituente, redatti il 24 marzo 1947, cioè il giorno in cui venne
approvato l’articolo 11, come, a quel tempo, parlare di ripudio della guerra,
e di limitazione della stessa sovranità statuale, fosse niente più che un “sogno
futuribile” di fronte ad un complessivo quadro socio-politico che vedeva concluso
da soli due anni un evento drammatico quale la seconda guerra mondiale, con tutto
il suo ineluttabile corredo di tragedie e di devastazioni. Al di là del significato
politico di un ripudio della guerra tale da non lasciare speranze in questo senso,
l’intervento di Scalfaro ha inteso significare anche il valore profondamente umano
dell’articolo 11 della Costituzione, e la sua capacità di spingere ad operare
nella direzione della pace e della giustizia, nella ferma convinzione, che fu
del resto propria della stessa cultura della Costituente, che gli uomini capaci
di compiere tali rinunce, di fronte alla storia, “non sono degli sconfitti, ma
dei grandi vincitori”.
Il rifiuto della guerra sancito dalla Costituzione, inoltre, ha assunto un particolare
significato anche in rapporto alla situazione attuale, nella quale, invece, il
problema della guerra sembra riproporsi quotidianamente all’attenzione dell’opinione
pubblica mondiale, basti in questo senso pensare alla tragica situazione irachena.
Ed è servito anche a riproporre la necessità di svolgere una riflessione sempre
più approfondita su quale debba essere oggi, in particolare, il ruolo delle Nazioni
Unite di fronte a drammi e tragedie che, a buon diritto, possono essere definiti
epocali, e su quale atteggiamento debba essere assunto di fronte alle gravissime
responsabilità umane e morali che si connettono anche ad una filosofia ruotante
intorno a concetti quali la “guerra preventiva”.
L’intervento di Scalfaro non ha avuto per oggetto soltanto temi connessi alla
situazione ed ai rapporti internazionali, ma ha posto anche tutta una serie di
domande sul piano del rapporto tra il concetto di cittadinanza ed il concetto
di giustizia, ed ha voluto soprattutto mettere in rilievo che, senza lo stabilirsi
di un corretto rapporto tra il singolo e la comunità, il singolo stesso è destinato
ad un cammino senza futuro. Su questo piano, dunque, Scalfaro, sottolineando come
l’opzione della guerra costituisca sempre una scelta che non solo distrugge ogni
cosa, ma che finisce con il rivoltarsi contro la stessa natura umana, contro la
dignità della persona, contro la propria legge morale interiore, e contro la stessa
dimensione trascendente della persona umana, ha invitato a tenere bene a mente
la grande battaglia laica condotta, da uomo in difesa dell’altro uomo e dell’intera
umanità, da Giovanni Paolo II , ed a “ripensare e riconsiderare” la natura profonda
dell’impegno in politica dei cristiani, i quali sono, oggi più che mai, chiamati
a “pervadere le istituzioni di spirito cristiano” ed a rendersi sempre più disponibili
all’assunzione degli impegni istituzionali. Nella convinzione che, proprio partendo
dall’espressione dello stesso Scalfaro secondo cui per ogni uomo è impossibile
disertare la polis, anche il dare voce all’ispirazione cristiana, ed alla testimonianza
dei valori cristiani, possono svolgere un ruolo determinante nel restituire all’uomo
quel sentimento di appartenenza alla comunità, senza il quale finirebbe con il
trovarsi privo di ogni riferimento, e la consapevolezza, centrale per chi voglia
formarsi ed avviarsi all’agire politico e sociale, che la politica costituisce,
per l’uomo, un fatto in qualche modo necessitato, perché, come ha ricordato Scalfaro,
“nessuno è libero dalla politica”.