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06-08-2004
La strana storia del Partito democratico
autore: Alberto Gambino
A seguire il dibattito che è seguito allo stimolo di Michele Salvati, il partito
democratico italiano che si vorrebbe in grado di unificare i riformismi moderati
di Ds e Margherita pare che debba passare per formule ruminate su una scrivania
come se si stesse cucendo dal sarto un vestito senza il modello: quella manica
va bene, no quel collo è troppo stretto, quell'altro è corto… passami quello che
è perfetto. E così nasce, fiammante, il partito democratico del futuro, o piuttosto
"futurista", che come in un manifesto di Marinetti, si compone e si scompone in
virtuosismi e geometrie esteticamente ineccepibili ma vuoti di sostanza. E nella
politica la sostanza passa per il consenso e la partecipazione.
E' in fondo la stessa storia di recenti partiti o movimenti, che, dopo la crisi
letale del '92, nascono nei cantieri delle élites e salpano per i mari perigliosi
del consenso popolare. Qualcuno naufraga quasi subito (ricordate il Patto Segni
o la Rete di Orlando) qualcun altro resiste per i foraggi smisurati del suo armatore
(è il caso di Forza Italia), qualcun altro nasce ma sembra pronto da un momento
all'altro a tornare in cantiere (è il caso della Margherita?) per vedere se può
tramutarsi da allegro battello in fulgido vascello, recuperando i pezzi di vecchi
e gloriosi velieri (Ds e altri). Con buona pace di rigide contrapposizioni e sostanziali
divergenze che si protraevano fino a meno di dieci anni fa. Già, meno di dieci
anni fa. Tanto non è passato da che Mino Martinazzoli, rimase in mezzo al guado,
schiacciato da un cambiamento epocale che divise l'elettorato tra chi sta di qua
e chi sta di là.
Perché mi riferisco a quel momento. Perché comunque, pur nel naufragio, quella
strenua resistenza riportò più del 10 per cento di consensi, magari infarciti
di nostalgia o di utopiche prospettive proporzionalistiche, ma comunque rappresentativi
di un elettorato, che poi invece non seguì, se non in minuscola parte, chi si
schierò dalla parte della sinistra. Di qui lo scioglimento dei Popolari nella
Margherita, sì atto meritorio come ci ricorda Salvati, ma comunque atto necessitato
se è vero come è vero che la politica senza consenso muore.
Quella Margherita rappresentava nelle aspettative di molti, non tanto un partito
di transizione verso l'approdo dell'Ulivo o del partito democratico, quanto una
ragionevole semplificazione ma anche l'occasione per recuperare parte di quell'elettorato,
soprattutto espressione di mondo cattolico, che non riconoscendosi nei burocratici
rivoli post-democristiani, avrebbe potuto stabilire un rapporto di scambio-partecipazione-impegno
in una proposta politica che non lo coartasse dentro formule stantìe di apparato.
E' stato così?
La discussione aperta da Salvati ha avuto il merito di rivelare lo stato delle
cose. Preoccupazioni, repliche e stati d'animo che ne sono seguiti ruotano intorno
ad una sola certezza: il ritorno di Prodi e la sua leadership naturale di ciò
che sarà del centrosinistra. Ma quello che sarà è ancora molto confuso.
Ora, la sensazione, peraltro nettissima, è che dietro l'evocato ritorno si celi
l'immaturità di un progetto che non ha affatto raggiunto l'obiettivo prioritario
che si era prefisso: il recupero di una parte dell'elettorato che nel 2001 ha
votato per il polo di destra. Si sente in giro che basterà Prodi a farlo.
Non lo credo affatto e provo a spiegarne il perché.
Quello zoccolo duro tenacemente centrista e oscillante, disseminato qua e là
tra i partiti al confine dei due poli, rimane infatti, per quanto non lo si voglia,
l'elemento decisivo che farà pendere la vittoria del 2006 verso l'uno o l'altro
schieramento. E' sufficiente che per recuperarlo si catapulti per la seconda volta
un leader cattolico a coprire una realtà che non offre riferimenti autentici e
certi proprio a quella parte di elettorato che si vuole riavvicinare? E se anche
si riuscisse nell'impresa di vincere le elezioni, quanto durerà un leader con
funzione di coperchio di una pentola a pressione in continua ebollizione?
Ora l'idea della semplificazione, che un Ulivo a più anime si tramuti in un centrosinistra
con due modi di coniugare il riformismo, di per sé non è errata. Ma, ed arrivo
al punctum dolens, il disagio nasce, soprattutto per quell'elettorato "di centro"
che si vuole recuperare, se si osserva la conformazione che assumerebbe la riorganizzazione
auspicata: un "progetto socialdemocratico" i cui confini si muoverebbero tra
il partito della sinistra moderata, da una parte, e il partito più radicale e
di sinistra nel senso tradizionale del termine, dall'altra.
E del progetto popolare "con la centralità che esso conferisce ai valori della
persona, della famiglia e delle comunità originarie" (leggo testualmente dalla
Carta dei principi della Margherita) che ne è?
La controprova che il progetto si giochi negli angusti limiti di un dibattito
tutto interno alla sinistra trapela dalla constatazione, più volte rilanciata,
che così i riformisti di provenienza Ds si troverebbero in un ambiente più congeniale,
sarebbero cioè "meno separati in casa" di quanto non avviene nel loro partito.
Se posto in questi termini, lo stimolo positivo della semplificazione diventa
un autentico boomerang per l'intera coalizione del centrosinistra. E' facile infatti
prevedere che anziché incrementare i consensi che nel complesso Margherita e Ds
conseguono separatamente, finirebbe inesorabilmente per diminuirli, relegando
in un angolo proprio quella cultura politica di ispirazione cristiana che un certo
elettorato tende a cercare e a riconoscere.
E, ripeto, non basta un leader cattolico a rivelarla. Per non tacere che questa
soluzione pare densa di ipocrisia.
Se, infatti, le radici del partito democratico sono la socialdemocrazia, perché
allora non si individua un leader espressione diretta di quella cultura anziché
andare ad attingere, solo in questo, tra i post-democristiani?
Ed è anche per questa ragione che a formule astratte, preferirei una riflessione
su un lavoro, tutto da fare, capillare, faticoso, di recupero paziente, di irrogazione
della Margherita con quei mondi vitali che, mantenendo la loro autonomia, sono
alla ricerca di una appartenenza ideale, di una casa adeguata che possa recepirne
le istanze. Sono gradite parole chiave come persona, mistero della vita, sussidiarietà,
pace insieme a giustizia e verità. Centrano questi concetti con la via del riformismo?
Lo si vedrà alla prova dei fatti. Così non è stato per la pace (se il riformismo
modello è quello di Blair) e non è tema piccolo e non potremo mai dimenticarlo.
La pace, nella realtà politica italiana del centrosinistra, è stata invece un
bel terreno di prova, e l'ascolto del Papa ne è la dimostrazione. Ma l'orizzonte
degli ideali di ispirazione cristiana non sono scindibili, atomizzabili, non se
ne può fare uno spezzatino scegliendo la pietanza che più ci aggrada. Il piatto
va preso tutto così come è. Che ne sarà dei temi della bioetica: attenzione a
non sottovalutarli e a relegarli a problemi di coscienza. Per molti rappresentano
la visione del mondo dalla quale far discendere tutte, ripeto tutte le scelte
politiche, dal lavoro, alla scuola, alla famiglia, all'economia. Che senso avrebbe
riformare le condizioni di vita di un cittadino se non lo si considera tale all'origine
della sua generazione?
Questo significa solo non essere riformisti alla Blair? Significa stare fuori
dal riformismo ortodosso del prospettato partito democratico?
No, significa volare più alto: ridare linfa ad un riformismo, che da arido paradigma
di capacità di governare si faccia attraversare dai valori universali propri di
un'umanità sofferente.
Se il centrosinistra vuole tornare ad essere vincente, occorre che all’agire
politico di ispirazione cristiana si dia lo spazio adeguato non solo nei programmi
e nella loro attuazione ma anche in termini di riconoscibilità e dialogo.
E' disposta la Margherita e l'Ulivo oggi, il partito democratico domani, a digerire
questa realtà? A rilanciare una vocazione universale, migliore antidoto per non
impaludarsi in alchimie linguistiche, vuote formule e sterili compromessi di per
sé inadeguati a fare sintesi?
Sarà così se ai geometri dalla matita fine, ma anche ai tenaci burocrati di apparato,
si affianchino soprattutto cittadini-operai, che con fatica piantino le radici,
in questo senso popolari, di un vero partito, democratico appunto.
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