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21-10-2004
La società radicale
autore: Lorenzo Calistri



A partire dagli anni ’70, ricompare nella cultura europea una dimensione politica che riprende le matrici culturale del radicalismo, cioè di quella filosofia e visione dell’uomo che raggiunsero le loro egemonia nel secolo XVIII. Il radicalismo odierno è assai diverso da quel radicalismo illuministico che si espresse a partire dalla seconda metà del Settecento. Questo si esprime nel riconoscimento di un’etica universale fondata sulla natura; il tipo di cultura prevalente nell’Europa post-bellica non riconosce  più un valore proprio né all’etica, né all’universalità, né alla natura. La riscoperta dell’individuo e della sua soddisfazione quale criterio ultimo di giudizio, l’insindacabilità dell’esperienza, anzi delle esperienze quale parametro decisivo, elementi comuni all’illuminismo e al nuovo radicalismo, riemergono oggi in un contesto assai diverso rispetto al passato. Se pensiamo che in epoca illuministica la scienza fu un modello conoscitivo capace di fondare l’autonomia della norma morale, e nel tempo odierno il modello culturale che la scienza propone è semplicemente un’autonomia della prassi, ci accorgiamo della profonda divergenza fra i due modelli di radicalismo.
Nella società radicale il modello di valore che giustifica la struttura economica occidentale è la soddisfazione dei consumi individuali. L’economia è divenuta una struttura inglobante che comporta una razionalizzazione delle azioni degli individui secondo i criteri dominanti della struttura. Così la stessa razionalizzazione del comportamento, che è condizione del suo inserimento nella vita sociale, conduce il singolo ad assumere la soddisfazione del “piacere” quale principio del comportamento sociale. In queste circostanze, un valore autonomo dell’etica sembra impossibile, e con il significato e la possibilità di una disciplina spirituale.
In queste circostanze è inevitabile che l’uomo finisca per essere considerato interamente come oggetto, anche nella sua stessa dimensione interiore. La riduzione dell’uomo a mero oggetto è implicita nella psicanalisi, nella filosofia del linguaggio, nello strutturalismo, e in varie altre forme del pensiero odierno. Tutte hanno, però, alla radice una visione del mondo che potremmo chiamare nichilista. L’uomo è ridotto in quanto persona e spirito a un purum nihil: negata l’esistenza di un significato alla realtà, cade ciò che è stato sinora proprio dell’uomo, la ricerca del significato. Il nichilismo dello spirito e della persona è in concreto l’annichilamento dell’uomo tout court.
Il queste circostanze il neo-radicalismo diviene una proposta sensata. Un mondo senza significato può essere vissuto da un uomo senza significato soltanto partendo dalla negazione di ogni disciplina, di ogni ascesi, di ogni trascendenza. Se l’uomo spirituale è irrealtà, insensatezza, e, perciò, ingiustizia, non rimane che la riduzione dell’uomo alla dimensione sensibile. Il metro delle azioni è l’esperienza; nel senso che essa provoca piacere o dolore: il criterio decisivo è dato dalla ricerca del piacere nella molteplicità delle esperienze. L’esperienza non è più come alle origini della scienza moderna il criterio per distinguere il vero dal falso: l’esperienza non è intesa più come esperienza della realtà, ma come sensazione piacevole o dolorosa. Il nuovo principio del bene e del male non può essere altro che il principio della fuga del dolore e della ricerca del piacere. Il bene e il male etico vengono così compiutamente sostituiti dal bene e dal male fisico.
La negazione del significato dell’uomo e del mondo comporta la integrale riduzione dell’uomo alla sfera corporeo-sensibile. E tale principio può divenire il principio d’un ordinamento sociale d’una società radicale.
Il radicalismo in Italia si è imposto con grande forza a livello di opinione pubblica. Si è proposta, infatti, più come forza critica che come forza di governo. Abolire il concordato, liberalizzare la droga e l’aborto, depenalizzare l’eutanasia, sono proposte critiche sostenute con forte carica polemica e aggressiva. Per il radicalismo, il principale problema politico è di ridurre l’influenza sociale della Chiesa e di costruire uno Stato che si fa portatore di un messaggio riformatore laico verso la società civile.
Il radicalismo ha carattere militante nel suo tentativo di formare un sostrato culturale che non riconosca il principio della trascendenza in nessuna forma, nemmeno nei rapporti tra l’individuo e la natura, e l’individuo e la società.
Natura e società sono state sino ad oggi le due grandi vie perché l’uomo raggiungesse la conoscenza del divino. Il cielo stellato e la legge morale hanno fornito, sino a Kant, all’umanità l’evidenza della realtà divina: come è possibile negare la sapienza che regge il  mondo? come è possibile fondare una società senza religione? Questi due interrogativi hanno avuto il potere di far inchinare la ragione e la passione umana dinanzi ai diritti di Dio.
Ma se la natura diviene un oggetto per l’uomo, e la società è concepita solo nei termini dei vantaggi che essa assicura al piacere del singolo, allora il problema di un valore “trascendente” della natura e della società si perde, e la religione e la morale, appaiono come irreali. La proposta politica radicale è la negazione dei fondamenti del problema di Dio: l’uomo e il mondo sono soltanto ciò che appaiono, e la misura concreta che li avvince al soggetto è soltanto l’utilità di questo.
È nel problema del sesso la forza della società radicale. Una società non sa più fondarsi su un elemento oggettivo che trascenda la volontà del soggetto rischia di rimanere vinta dalla ricerca spasmodica del piacere individuale. È il consenso dei soggetti l’unica norma che può valere come tale nella società radicale.
Ma è il consenso l’ultimo fondamento della norma? Se si dovesse dire che è il consenso di ogni uomo, indipendentemente dalla sua capacità di essere la condizione del piacere di un altro, cioè di avere abbastanza forza per farsi valere come termine di un rapporto, avremmo ancora un residuo di trascendenza. Che il debole possa imporsi sul forte, è possibile solo in funzione di un valore che impegni il forte. Che il non nato o il deforme o il vecchio o l’inutile sia rispettato nasce dalla sacralità della vita e dell’uomo, cioè appunto dal principio che la società radicale nega.
Concepire l’aborto come un diritto civile significa stabilire che il diritto è la forza, e che colui che non è in grado di imporsi come soggetto di un rapporto è un puro oggetto di fronte  al soggetto che ha il potere fisico di disporre di lui.
La società radicale può dunque esistere, come la società pagana, solo mediante il totale esercizio del potere dei forti, e quindi con la emarginazione di tutte le condizioni deboli. La misura infatti dalla assistenza ai deboli può valere solo e soltanto fino a quando la fatica di assisterli può essere economicamente vantaggiosa ai forti.
Tutto è strumentale, tutto è pragmatico, tutto è diritto del più forte, tutto è neo-paganesimo: questo è la società radicale che si sta costruendo sotto i nostri occhi. 

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