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06-08-2004
La scuola palestinese:problemi educativi e di ruolo
autore: Miriam Cimnaghi
Indice dell'articolo
pag. 1 La scuola palestinese: analisi dei problemi
pag. 2 La scuola palestinese: quale rimedio?
La scuola palestinese: analisi dei problemi
La dottoressa Jacqueline Sfair, preside della Facoltà di Scienze dell’Educazione
presso l’Università di Betlemme, durante un incontro nel suo studio presso l’Università
ci ha aiutato ad avvicinarci al sistema scolastico palestinese per comprenderlo
meglio. Ci ha detto che tale sistema fatica a liberarsi della sua funzione di
servizio al sistema, così come era stato configurato durante il mandato francese
e britannico, al fine di formare fidati ed abili funzionari. Purtroppo negli anni
non si è riusciti ad effettuare uno spostamento da un sistema burocratico ad uno
formativo, a servizio della persona e quindi la scuola non tende ancora allo sviluppo
dell’autonomia, dell’iniziativa, della creatività, del ragionamento. Per Jacqueline
la scuola palestinese continua ad essere ligia ad una tradizione neo-colonialista
che attenta alla libertà del singolo e lo strumentalizza al capitalismo dominante.
Il pensiero di Paulo Freire e di Don Milani la stimolano nella ricerca di idee
e di approfondimenti nel suo lavoro di preparazione degli insegnanti, che svolge
con grande passione: vorrebbe stimolare in loro l’interesse, vincere il loro
timore per il rischio e per il nuovo, sviluppare in loro risorse perché riescano
a farsi liberatori dei propri alunni. Il suo impegno non è facile ed è contrastato
da molti, che temono la sua vivacità intellettuale, il suo senso critico, l’entusiasmo
con cui opera. Con preoccupazione ci parla delle difficoltà del popolo palestinese,
sempre più travagliato da crisi di identità, confuso ed avvilito a causa della
precaria situazione politica e della drammatica condizione economica. Ci riferisce
di una ricerca promossa dall’Università: si chiedeva a molti intervistati di raccontare
un momento felice ed uno infelice della propria esistenza. Tutti riuscivano a
riportare con facilità un momento infelice, che rientrava nelle tante umiliazioni,
distruzioni e morti e che apparteneva ad esperienze dirette e immediate sotto
l’occupazione israeliana. Ben pochi però riuscivano a recuperare nella loro memoria
un momento felice da raccontare: tutti faticavano ad enucleare dal loro vissuto
attimi di felicità. Costernata, sollecitava allora una mamma che teneva tra le
braccia il suo bambino chiedendole:- Ma non ami il tuo bambino? Non sei felice
quando lo coccoli, quando lo tieni tra le braccia? La donna la guardava stupita,
ma faticava, nella depressione che la attanagliava a causa degli innumerevoli
problemi quotidiani, a realizzare che il suo bambino potesse o dovesse essere
per lei fonte di felicità. In una situazione così precaria il bambino diventa
ancora più vulnerabile: o si lascia coinvolgere dai problemi o si taglia fuori,
assente e muto di fronte al negativo che lo circonda. Eppure la scuola ha il dovere
di nutrire la sua interiorità, di sviluppare il suo pensiero positivo e critico.
Nelle scuole pubbliche molti sono gli alunni che incontrano gravissime difficoltà.
La legge impone ora un tetto di 39 allievi per classe, ma spesso il loro numero
è più alto. Gli insegnanti sono costretti ad imporre una rigida disciplina in
aule la cui ristrettezza non consente di muoversi e quasi neppure di respirare;
tutti indossano una divisa e non usufruiscono di una mensa, nonostante l’orario
continuato. Naturalmente non esiste un insegnamento individualizzato e gli alunni
imparano ripetendo a memoria, in coro, innumerevoli volte, senza riflettere né
analizzare le conoscenze. Con un apprendimento solo mnemonico, ogni forma di ragionamento
appare inutile ed il test più semplice, quando si richiede capacità di giudizio,
diventa una trappola. In realtà si studia in funzione degli innumerevoli esami
che costellano tutto l’anno scolastico e tutta la vita dello studente.
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