Quando ero bambino, durante le gite in montagna ad alta quota, mi ripetevano
di non lanciare sassolini. Quella minuscola pietra, rotolando sul pendìo, infatti
avrebbe incontrato altre pietre via via di dimensioni maggiori fino a provocare
una frana.
Cosa c'entra questo esempio con quanto intendo affrontare e cioè un recente singolare
"sconcerto", registrato proprio sulle pagine di questo giornale, per le recenti
affermazioni del Papa sui temi della bioetica?
L'esempio vuol dire che tutto ha un suo inizio, magari apparentemente modesto
(il sassolino), ed una fine spesso più appariscente (la frana). Potrei proseguire
aggiungendo altri esempi di carattere materiale come la palla di neve e la valanga;
affettivo, come l'innamoramento e il matrimonio; emotivo, come le stilettate verbali
che suonano come macigni.
Le scienze umane studiano il rapporto di continuità tra questi fenomeni (causa
ed effetto) ma ne studiano anche l'origine.
La bioetica affronta con lo stesso metodo il tema della vita umana, ma ne dà
una valutazione etica. La domanda presupposta è quando inizia la vita?; quella
cui deve dare risposta è che valutazione darne alla luce di valori morali e principi?
Sulla prima domanda gli scienziati offrono una risposta sostanzialmente unanime:
la vita comincia quando l'unione dei gameti dà inizio ad un processo biologico
irreversibile.
Sulla seconda domanda le risposte, non più affidate ai soli scienziati, sono
più varie.
C'è chi ritiene che vi sia una fase della vita degna di essere vissuta nei limiti
in cui non si scontri con interessi contrastanti prevalenti (si fa il caso dell'aborto
terapeutico), e vi sia una fase in cui la stessa vita prevalga anche innanzi agli
stessi interessi contrastanti (il feto che abbia superato il terzo mese di vita).
Secondo questo schema le valutazioni sulla rilevanza della vita sono misurate
sul parametro di una relazionalità che ha come termine di riferimento non chi
vive quella vita di cui si discute, ma un soggetto-altro. Così la sacrificabilità
della vita si attenua man mano che la coscienza sociale sente più forte il vincolo
relazionale.
Lo stesso principio è applicabile alla vita embrionale, dove la rilevanza del
legame tra la donna e l'embrione che porta in grembo appare tenue.
L'approccio relazionale si realizza perciò nel valore che quella vita rappresenta
non di per se stessa ma nell'ottica di chi vi entra in contatto.
A questa impostazione si iscrive chi sostiene la natura "minimale" dell'accordo
sulla "dignità dell'embrione dal concepimento", di recente stabilito dalla legge
sulla procreazione assistita approvata alla Camera.
Ora, la crasi tra le due situazioni (dignità dell'embrione e dignità della persona
umana) oltre ad apparire illogica (sarebbe un po' come sostenere che la valanga
non abbia il suo dynamis nella palla di neve, restando ad essa estranea) è foriera
di pericolose conseguenze. Ove infatti si ammetta una diversità della soglia di
dignità della vita umana a seconda della fase di sviluppo e delle sue attitudini
relazionali, nulla impedirebbe, da un punto di vista logico, che tale distinzione
possa riprodursi per sancire un minus di dignità ogniqualvolta il cittadino già
nato non sia nel pieno delle sue attitudini.
Si rileva, così, per tutta la sua drammaticità una decisione indifferente al
dato oggettivo della vita quale continuum progressivo, che diviene inesorabilmente
arbitrio di chi decide se e quando interrompere un processo vitale ormai in atto.
E' questo che più fa riflettere quanti ritengono eticamente corretto lasciare
che la vita altrui compia autonomamente il proprio percorso, senza intromissioni
di chi a quella vita non appartiene.
Il "carattere minimale" della dignità delle prime fasi della vita nascente riesuma
inoltre l'equivocità di una generica impregiudicatezza della possibilità di svolgere
attività di ricerca sull'embrione, peraltro espressamente smentita dalla legge
licenziata dalla Camera, che invece autorizza la ricerca sull'embrione soltanto
per finalità di cura "volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione
stesso" (art. 13, comma 2).
L'accordo sulla dignità dell'embrione, cristallizzato nell'art. 1 della stessa
legge, che ne assicura il diritto (e, per inciso, il diritto si riconosce solo
a chi è soggetto), conferma piuttosto il carattere omogeneo della dignità della
vita umana a prescindere dalle sue fasi cronologiche.
Ora, come è noto, il Papa parla agli uomini perché formino assieme una coscienza
sociale-collettiva sensibile ai valori della persona. Tra questi valori vi è anche
l'intangibilità della vita umana, non solo per la sua sacralità (piano religioso),
ma anche, per quello che più interessa al dialogo con le coscienze, perché dentro
quella vita c'è qualcuno che non può difendersi perché la sua corsa non venga
interrotta (piano etico).
Non si tratta, in altri termini, di rifiutare lo sviluppo delle potenzialità
della ricerca in regime di pluralismo culturale innanzi ad una "generica" dignità
dell'embrione, ma di rifiutare che i fini della ricerca prevalgano innanzi all'embrione
che si assume avere dignità di soggetto di diritto. La ricerca e le sue applicazioni
devono arrestarsi ove ciò pregiudichi un processo vitale irreversibile.
Nello stesso orizzonte metodologico, il caso della fecondazione eterologa non
può che risolversi con un argomento, che a me pare dirimente: ammettere per legge
che un figlio sia generato da un soggetto terzo rispetto ai genitori civili è
contrario all'interesse del bambino, che è quello di avere, per quanto possibile,
un solo padre e una sola madre. Ed essendo impensabile che il bambino nascituro
possa far valere i propri interessi, è dovere della legge farsi carico della sua
tutela.
Appare a questo punto evidente che le recenti prese di posizione del Papa in
materia di bioetica non si sognino neppure lontanamente di cancellare il valore
morale del pluralismo culturale, quanto piuttosto di segnalare un limite nel campo
delle applicazioni scientifiche, evidentemente più rigoroso di quanto non derivi
dall'assioma che l'embrione ha sì una sua dignità ma che il correlativo interesse
sia talvolta sacrificabile.
Se questo provoca sconcerto perché così la Chiesa pretenderebbe di cancellare
il valore morale del pluralismo culturale, bè francamente mi pare che non solo
si sbagli interlocutore, ma che piuttosto lo si stia accusando del peccato che
un po' ingenuamente si finisce col commettere. Ma anche questo forse è solo l'effetto
non voluto di un sassolino gettato con poca avvedutezza.