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06-08-2004
Sbaglia chi pensa che la Chiesa voglia cancellare il pluralismo culturale in bioetica. Si tratta solo di segnalare i limiti della scienza.
autore: Alberto Gambino


I limiti della scienza

Quando ero bambino, durante le gite in montagna ad alta quota, mi ripetevano di non lanciare sassolini. Quella minuscola pietra, rotolando sul pendìo, infatti avrebbe incontrato altre pietre via via di dimensioni maggiori fino a provocare una frana.
Cosa c'entra questo esempio con quanto intendo affrontare e cioè un recente singolare "sconcerto", registrato proprio sulle pagine di questo giornale, per le recenti affermazioni del Papa sui temi della bioetica?
L'esempio vuol dire che tutto ha un suo inizio, magari apparentemente modesto (il sassolino), ed una fine spesso più appariscente (la frana). Potrei proseguire aggiungendo altri esempi di carattere materiale come la palla di neve e la valanga; affettivo, come l'innamoramento e il matrimonio; emotivo, come le stilettate verbali che suonano come macigni.
Le scienze umane studiano il rapporto di continuità tra questi fenomeni (causa ed effetto) ma ne studiano anche l'origine.
La bioetica affronta con lo stesso metodo il tema della vita umana, ma ne dà una valutazione etica. La domanda presupposta è quando inizia la vita?; quella cui deve dare risposta è che valutazione darne alla luce di valori morali e principi?
Sulla prima domanda gli scienziati offrono una risposta sostanzialmente unanime: la vita comincia quando l'unione dei gameti dà inizio ad un processo biologico irreversibile.
Sulla seconda domanda le risposte, non più affidate ai soli scienziati, sono più varie.
C'è chi ritiene che vi sia una fase della vita degna di essere vissuta nei limiti in cui non si scontri con interessi contrastanti prevalenti (si fa il caso dell'aborto terapeutico), e vi sia una fase in cui la stessa vita prevalga anche innanzi agli stessi interessi contrastanti (il feto che abbia superato il terzo mese di vita). Secondo questo schema le valutazioni sulla rilevanza della vita sono misurate sul parametro di una relazionalità che ha come termine di riferimento non chi vive quella vita di cui si discute, ma un soggetto-altro.  Così la sacrificabilità della vita si attenua man mano che la coscienza sociale sente più forte il vincolo relazionale.
Lo stesso principio è applicabile alla vita embrionale, dove la rilevanza del legame tra la donna e l'embrione che porta in grembo appare tenue.
L'approccio relazionale si realizza perciò nel valore che quella vita rappresenta non di per se stessa ma nell'ottica di chi vi entra in contatto.
A questa impostazione si iscrive chi sostiene la natura "minimale" dell'accordo sulla "dignità dell'embrione dal concepimento", di recente stabilito dalla legge sulla procreazione assistita approvata alla Camera.
Ora, la crasi tra le due situazioni (dignità dell'embrione e dignità della persona umana) oltre ad apparire illogica (sarebbe un po' come sostenere che la valanga non abbia il suo dynamis nella palla di neve, restando ad essa estranea) è foriera di pericolose conseguenze. Ove infatti si ammetta una diversità della soglia di dignità della vita umana a seconda della fase di sviluppo e delle sue attitudini relazionali, nulla impedirebbe, da un punto di vista logico, che tale distinzione possa riprodursi per sancire un minus di dignità ogniqualvolta il cittadino già nato non sia nel pieno delle sue attitudini.
Si rileva, così, per tutta la sua drammaticità una decisione indifferente al dato oggettivo della vita quale continuum progressivo, che diviene inesorabilmente arbitrio di chi decide se e quando interrompere un processo vitale ormai in atto. 
E' questo che più fa riflettere quanti ritengono eticamente corretto lasciare che la vita altrui compia autonomamente il proprio percorso, senza intromissioni di chi a quella vita non appartiene.
Il "carattere minimale" della dignità delle prime fasi della vita nascente riesuma inoltre l'equivocità di una generica impregiudicatezza della possibilità di svolgere attività di ricerca sull'embrione, peraltro espressamente smentita dalla legge licenziata dalla Camera, che invece autorizza la ricerca sull'embrione soltanto per finalità di cura "volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione stesso" (art. 13, comma 2).
L'accordo sulla dignità dell'embrione, cristallizzato nell'art. 1 della stessa legge, che ne assicura il diritto (e, per inciso, il diritto si riconosce solo a chi è soggetto), conferma piuttosto il carattere omogeneo della dignità della vita umana a prescindere dalle sue fasi cronologiche.
Ora, come è noto, il Papa parla agli uomini perché formino assieme una coscienza sociale-collettiva sensibile ai valori della persona. Tra questi valori vi è anche l'intangibilità della vita umana, non solo per la sua sacralità (piano religioso), ma anche, per quello che più interessa al dialogo con le coscienze, perché dentro quella vita c'è qualcuno che non può difendersi perché la sua corsa non venga interrotta (piano etico).
Non si tratta, in altri termini, di rifiutare lo sviluppo delle potenzialità della ricerca in regime di pluralismo culturale innanzi ad una "generica" dignità dell'embrione, ma di rifiutare che i fini della ricerca prevalgano innanzi all'embrione che si assume avere dignità di soggetto di diritto. La ricerca e le sue applicazioni devono arrestarsi ove ciò pregiudichi un processo vitale irreversibile.
Nello stesso orizzonte metodologico, il caso della fecondazione eterologa non può che risolversi con un argomento, che a me pare dirimente: ammettere per legge che un figlio sia generato da un soggetto terzo rispetto ai genitori civili è contrario all'interesse del bambino, che è quello di avere, per quanto possibile, un solo padre e una sola madre. Ed essendo impensabile che il bambino nascituro possa far valere i propri interessi, è dovere della legge farsi carico della sua tutela.
Appare a questo punto evidente che le recenti prese di posizione del Papa in materia di bioetica non si sognino neppure lontanamente di cancellare il valore morale del pluralismo culturale, quanto piuttosto di segnalare un limite nel campo delle applicazioni scientifiche, evidentemente più rigoroso di quanto non derivi dall'assioma che l'embrione ha sì una sua dignità ma che il correlativo interesse sia talvolta sacrificabile.
Se questo provoca sconcerto perché così la Chiesa pretenderebbe di cancellare il valore morale del pluralismo culturale, bè francamente mi pare che non solo si sbagli interlocutore, ma che piuttosto lo si stia accusando del peccato che un po' ingenuamente si finisce col commettere. Ma anche questo forse è solo l'effetto non voluto di un sassolino gettato con poca avvedutezza.



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