Mentre le organizzazioni sindacali italiane si avviano a rinnovare nei prossimi
mesi – in sede congressuale – i propri quadri dirigenti nazionali, ci si domanda
quale sia oggi il ruolo che riveste il sindacato nell’ambito del quadro politico-istituzionale
del nostro Paese. Lo spunto viene da un articolo uscito sull’Unità l’8 febbraio
inerente allo svolgimento del congresso della Filt-Cgil – la Federazione nazionale
dei trasporti – in occasione del quale il segretario generale Fabrizio Solari,
nella relazione introduttiva, lancia una proposta innovativa, quella di prevenire
i conflitti tra sindacato ed impresa (spesso esasperati per la mancanza di interlocutori
adeguati e per gli impegni disattesi dalla controparte datoriale) con una specie
di concertazione obbligatoria, con lo sviluppo di corrette relazioni industriali
dove in qualche modo le controparti limitano nei fatti la propria autonomia di
iniziativa.
La necessità di un vero e proprio rilancio del metodo concertativo nei rapporti
tra governo, sindacati e imprese, per la verità, è stata più volte suggerita,
in modo più o meno esplicito, dal presidente della repubblica Ciampi, e successivamente
manifestata dal professor Prodi ai sindacati confederali in un incontro che il
leader dell’Unione ha tenuto nel mese di novembre scorso con le parti sociali,
cui ha espresso l’esigenza di mettersi tutti assieme attorno ad un tavolo per
rilanciare il Paese. A questo riguardo è opportuno fare alcune osservazioni, in
particolare con riferimento al ruolo attuale del sindacato e alla correlativa
necessità di un recupero della concertazione nelle relazioni industriali.
Innanzitutto è da dire che la contrattazione resta lo strumento principe con
cui il sindacato esercita le proprie funzioni, quelle vecchie come quelle nuove.
E' la contrattazione, a tutti i livelli, lo strumento con cui il sindacato opera:
dal salario ad una riduzione dell'orario compatibile, dall'organizzazione del
lavoro alla nuova frontiera dei rapporti di lavoro atipici. E' la contrattazione,
nazionale, territoriale, aziendale, flessibile o articolata a consentire al sindacato
di difendere gli interessi degli iscritti, dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati.
Certo è che chi crede nella politica crede, o dovrebbe credere, nel dialogo,
nel confronto con gli altri, nelle altrui ragioni e motivazioni. La concertazione
– ovvero “stabilire in accordo con altri” – è politica sindacale, è il momento
del confronto e del successivo compromesso. Quando la politica, come è avvenuto
in questi ultimi anni, non cerca il confronto, il dialogo, la concertazione, non
si parla di democrazia, ma di regime e questo non è accettabile. Il Sindacato
ha bisogno di fatti non di parole, e sulla base dei fatti esso appone o meno la
propria firma. Il Sindacato italiano organizza e rappresenta interessi alle volte
molto specifici e anche di parte, ma contemporaneamente, compie sintesi che vanno
oltre questi interessi, per sostenere una visione sociale ed economica che sposi
gli interessi generali e la solidarietà con i più deboli.
Il problema vero oggi è quindi il modello che il nuovo sindacato potrà assumere
nel prossimo futuro: dovrà essere un modello concertativo, perché solo in questo
modo si consente la crescita e, contemporaneamente, si tutelano in via generale
i più deboli da una economia di mercato sempre più competitiva e da regole economiche
spesso brutali. Occorre, dunque, recuperare la concertazione, quale metodo di
condivisione di obiettivi tra il Governo e le Parti sociali, sposando, se del
caso, la tesi di sancire con legge – ripartendo dagli accordi del 23 luglio 1993
(“Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali,
sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo” firmato dal governo
Ciampi con le parti sociali) e del 22 dicembre 1998 (“Patto sociale per lo sviluppo
e l’occupazione” (c.d. Patto di Natale), firmato dal governo D’Alema con le parti
sociali) – a tutti i livelli, il metodo concertativo quale strumento utile e necessario
con il quale chi governa la cosa pubblica e le parti sociali concordino strategie,
obiettivi e modalità con cui garantire sviluppo economico, qualità del lavoro
e garanzie diffuse, e, dunque, il miglioramento delle condizioni generali di vita
e di convivenza civile.
Un sindacato che si rispetti, però, non potrà agire solo come grande soggetto
sociale ed economico. Dovrà anche saper rappresentare interessi precisi, specifici.
Dovrà rispondere agli iscritti ed ai lavoratori – se vorrà essere credibile e
forte – delle richieste che fa, della contrattazione che realizza, a livello aziendale
e territoriale come a livello nazionale. Di certo occorre sottolineare come, in
un mercato del lavoro (e del prodotto) caratterizzato da profonde imperfezioni
(asimmetrie informative, rendite di posizione, scarsa concorrenza, ecc.) i lavoratori
si iscrivono al sindacato anche, e forse soprattutto, per trovare una qualche
tutela o protezione da eventi economici e/o normativi imprevisti e non assicurabili.
Talvolta il sindacato, in sede negoziale ed in un contesto di economia statica
o recessiva (quale è l’attuale), cede alle tentazioni e alle lusinghe corporative;
ciò accade quando, privilegiando la logica della tutela dei “gruppi più forti”
(lavoratori occupati, iscritti e sindacalizzati da tempo) mantiene prerogative
e benefici (es. scatti di anzianità, gradi o qualifiche) per quelli in servizio
e li nega – o ne rallenta la maturazione – per i soli neo assunti; ovvero introduce
categorie, qualifiche e gradi addizionali in capo ai soli neo assunti, idonei
a rallentarne la progressione di carriera, nell’intento di salvaguardare dalle
riforme peggiorative i lavoratori anziani o tutti quelli in servizio. Il risultato
che consegue a tali operazioni è una situazione variegata – a macchia di leopardo
– dei trattamenti e degli istituti normativi all’interno dell’unitaria realtà
d’impresa, con tangibili differenziazioni nelle condizioni economico-normative
tra i lavoratori, di norma correlate all’anzianità di servizio in azienda. Di
fronte alle richieste della controparte datoriale, alle sollecitazioni insistenti
delle contropiattaforme imprenditoriali elaborate nelle situazioni di economia
recessiva o di crisi di settore o d’impresa, il sindacato è sovente sospinto ad
accedere alla logica dell’imposizione di sacrifici e di restrizioni per i più
deboli (i disoccupati neo assumendi) nel tentativo di conservare parzialmente
o integralmente le pregresse garanzie per i più anziani, già occupati in azienda.
E’ evidente che, per tale via, si viene ad infrangere il patto (non scritto) di
solidarietà tra le generazioni dei prestatori di lavoro e si introduce o si alimenta
nei lavoratori più giovani una sindrome di diffidenza sia nei confronti del legislatore
sia nei confronti del sindacato, giudicato disponibile alla rinunzia ed all’abdicazione
a danno di coloro che ancora non sono entrati in azienda, o di coloro che vi sono
entrati da poco, quest’ultimi senza nemmeno aver avuto il tempo ed il modo di
maturare il convincimento di andare ad accrescere le file degli iscritti.
Le organizzazioni sindacali in passato hanno svolto un'azione molto importante;
è principalmente grazie al loro fondamentale contributo che i lavoratori dipendenti
hanno ottenuto tutta una serie di garanzie. Oggi lo scenario politico ed economico,
però, è cambiato: ricorso alla mobilità e alla flessibilità da parte delle industrie,
miglioramento delle condizioni di lavoro, e relativo aumento della vita media
dei cittadini. In tale prospettiva, è auspicabile che i lavoratori tutti (giovani
ed anziani, regolari ed atipici) vadano difesi con i sindacati seduti al tavolo
delle trattative, e, forse, in questo quadro, relazioni decentrate riuscirebbero
a rappresentare meglio il continuo mutare del mercato del lavoro. Aperture al
dialogo a livello locale sarebbero il primo passo fondamentale per portare le
trattative lontano dai riflettori e quindi consentire che si svolgano nella serenità
che meritano. Del resto, la partita vera si gioca in azienda e sul territorio.
Al riguardo, sarebbe forse ragionevole regolamentare con legge il sistema delle
relazioni industriali a livello decentrato (contrattazione aziendale e territoriale)
– ovvero a livello di singola unità produttiva – sia con riferimento all’informativa
che la controparte datoriale dovrebbe dare, nel corso di specifici incontri, alle
organizzazioni sindacali competenti territorialmente, sull’andamento e le prospettive
aziendali (situazione tecnico-organizzativa dell’unità produttiva, linee e previsioni
sugli investimenti, programmi relativi agli ammodernamenti delle strutture e degli
impianti aventi riflessi sull’ambiente di lavoro, piani di aggiornamento e di
addestramento professionale, ecc.), sia, più specificamente, con riguardo alle
materie oggetto di contrattazione (politiche per le azioni positive e le pari
opportunità, mobilità del personale, carichi di lavoro nell’ambito dei processi
organizzativi, organizzazione dei servizi e degli uffici secondo i criteri generali
e le condizioni di lavoro, eventuali ricadute a livello locale delle intese raggiunte
in accordi nazionali o di settore, ecc.): solo in questo modo si potrebbe incentivare
e – quando opportuno – premiare la produttività del lavoratore quale metodo per
rendere lo stesso più partecipe alla propria attività lavorativa e alla vita stessa
dell’azienda.
Da altro lato, si può senz’altro ritenere che non in tutti i posti di lavoro
si ripone assoluta fiducia nel sindacato, e non tutti i lavoratori si propongono
entusiasticamente a candidarsi come rappresentanti sindacali. Sembrerà banale
e scontato ma se il sindacato non vuole fare la fine di un certo modo di agire
della politica deve ritrovare la volontà e la capacità di stare realmente tra
i lavoratori e la gente: decifrare le difficili, articolate, a volte confuse esigenze
che sono presenti all'interno della società ed in modo particolare del mondo del
lavoro; capirle, selezionarle e farsene portavoce. Il Sindacato insomma, deve
essere strumento sociale a disposizione non solo degli iscritti, ma anche degli
anziani, dei giovani, di tutta la parte sana e debole della società, un sindacato
che non sia solo di mestiere o peggio corporativo, un sindacato che sappia coniugare
la difesa degli interessi dei propri associati – che rimane fondamentale – con
i diritti di chi non ha mai avuto un posto di lavoro e lo aspetta da tempo, di
chi il lavoro lo ha perso e di chi lo ha lasciato perché si è guadagnato la giusta
pensione.
Il sindacalismo confederale italiano – forse assieme a quello tedesco – ha una
storia che lo rende unico e a cui guardano con interesse anche altri Paesi, sia
Europei (vedi Francia), che extraeuropei, come gli stessi Stati Uniti. Da molte
parti si accusano le Confederazioni italiane di avere troppo potere e soprattutto
di rappresentare una sorta di fortezza eretta a favore di coloro che sono più
tutelati a discapito degli altri (i disoccupati, i lavoratori in nero, i deboli,
i lavoratori atipici). Al riguardo è da dire che il movimento sindacale italiano
è nato e vive come espressione organizzata dei lavoratori. Anch'esso, come tutte
le organizzazioni confederali (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato,
ecc.), rappresenta dei precisi interessi (quelli dei lavoratori dipendenti) che
sarebbe sbagliatissimo e pericoloso non continuare a rappresentare nel modo migliore
e con una visione complessiva che non si può certo dire faccia difetto al Sindacato
confederale italiano. Alcuni studiosi stimano che, sull’attuale forza lavoro italiana,
meno della metà gode di tutele forti (di cui circa il quaranta per cento occupato
nella Pubblica Amministrazione, e il restante sessanta per cento composto da personale
di Aziende private con più di 15 dipendenti). La parte rimanente della forza lavoro
(disoccupati, personale di imprese con meno di 15 dipendenti, lavoratori in nero,
lavoratori atipici o autonomi che vivono sul mercato del lavoro senza alcuna struttura
aziendale alle spalle) avrebbe scarsa o inesistente tutela: è per dare risposta
alla loro domanda sociale che il sindacato dovrebbe cambiare almeno in parte la
propria struttura e trovare nuovi spazi di rappresentanza per queste figure effettivamente
spesso trascurate e lasciate a loro stesse. E, a quest’ultimo riguardo, si potrebbe
ipotizzare la trasformazione del ruolo del sindacato italiano, affiancando alla
funzione contrattuale nazionale ed aziendale e alla tutela dei diritti contrattuali
e previdenziali del mondo del lavoro dipendente più facilmente identificabile,
una maggiore azione diretta del sindacato nella gestione del mercato del lavoro,
dell'incontro domanda-offerta, della formazione costante del lavoratore e del
cittadino, di forme di tutela del lavoro atipico, di quello a progetto, di parte
di quello autonomo, dei dipendenti delle piccole aziende, nonché delle stesse
esternalizzazioni. Solo così il Sindacato potrà riprendersi il ruolo che gli spetta
– quale istituzione indispensabile dello Stato – quel ruolo che questi ultimi
anni bui, di azzeramento della concertazione, gli hanno portato via.