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22-09-2004
Uno statista grande per la sua politica e per la sua straordinaria umanità
Il mio ricordo di De Gasperi
Una testimonianza commossa ed emozionante, sintetizzata in un passaggio della lettera che Scalfaro ricevette da De Gasperi il 6 agosto 1954: «Quello che dobbiamo soprattutto trasmettere l’uno all’altro - scriveva lo statista - è il senso del servizio del prossimo, come ce l’ha indicato il Signore, tradotto e attuato nelle forme più larghe della solidarietà umana, senza menar vanto dell’ispirazione profonda che ci muove e in modo che l’eloquenza dei fatti “tradisca” la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità».
autore: Oscar Luigi Scalfaro
fonte: Articolo apparso su Europa


Il mio ricordo di De Gasperi
Venticinque giugno 1946. Si apre l’Assemblea costituente eletta il 2 giugno dal popolo italiano che, chiamato anche al referendum, ha scelto la Repubblica.
Il Re Umberto II è partito per l’esilio in Portogallo dove, dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione, si era ritirato il suo avo Carlo Alberto.
Al mattino molti Costituenti erano nel tempio di S. Maria ad Martires dove si celebrava la S. Messa.
Lì, vidi per la prima volta, Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dal dicembre 1945 dopo la caduta del governo Parri e di fatto con le funzioni di Capo dello Stato. Era nel primo banco, in ginocchio, con un libricino aperto: pregava.
Avevo sentito parlare più volte di lui, specie da quando era a capo del partito democratico- cristiano. L’opinione pubblica e, più ancora, gli ambienti politici che si andavano qualificando in quell’operoso e faticoso periodo post bellico, davano credito a quest’uomo che non aveva mai ceduto alla dittatura, soffrendo carcere ed esilio in patria, non aveva mai mutato la linearità del suo pensiero e la trasparenza del suo agire. Su di lui si accendevano molte speranze.
Poi la riunione al gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana, la prima conoscenza dal vivo: Grandi, sindacalista di riconosciuta statura politica e morale; Quarello, operaio e giornalista efficace, dirige il Popolo Nuovodi Torino; Scelba, severo, silenzioso, ministro delle Poste che ha denunziato gli abusi gravi del suo sottosegretario, arrestato; Aldisio, oratore infuocato, già di alto prestigio nella sua Sicilia; Cappi, avvocato, colto, cattolico di grande dirittura; e la vecchia guardia dei popolari che mai aderirono alla dittatura, Cingolani marchigiano, Merlin veneziano, Gronchi toscano dall’oratoria facile e piacevole, impegnato nelle leghe bianche, battagliero e coraggioso… e il gruppo consistente di noi giovani, tutti provenienti dall’Azione Cattolica.
Si alza a parlare De Gasperi: l’aspetto serio, pensoso, la parola chiara, misurata, essenziale, fortemente incisiva, con lo sguardo vivo che ogni tanto si fissa lontano, in alto, quasi a cercare ispirazione: «L’ora è storica, la nostra responsabilità, i principi e i valori universali che non mutano, l’impegno verso il popolo italiano martoriato e prostrato dalla guerra, il grande, irripetibile onore di servire, di operare per la pace, il vero grande assillo». Il pomeriggio nell’aula di Montecitorio, pareva di vivere una fiaba, ed era anche vero: la dittatura spazzata via e anche disciolta per il gran numero di fuggitivi impegnati in trasformismo, le distruzioni e le tragedie della guerra disastrosa ancora lì a testimonianza anche di tante, troppe assenze nella difesa della libertà e lì 555 eletti a suffragio universale, per la prima volta in questa nostra Patria che inizia a risorgere.
Sono vivi tra noi gli Spiriti di coloro che hanno dato la vita per questa risurrezione.
Discorso di Vittorio Emanuele Orlando: alta vibrazione di comuni sentimenti, tanto entusiasmo, commozione.
Si chiude una giornata unica nella nostra storia: impressioni, emozioni, anche un certo sconcerto perché l’impegno che abbiamo iniziato pare tanto più grande degli uomini più grandi che sono in ogni settore dell'aula di Montecitorio.
Mi ricordai di aver letto quel discorso di De Gasperi al congresso della Dc di Roma nel 1945: «nessuno è uomo straordinario all’altezza dei paurosi compiti che si presentano sul piano internazionale e interno; una realtà ben al di sopra della nostra miseria. È essenziale l’umiltà».
Tutto mi ha conquistato, tutto è richiamo alla responsabilità.
Si sente il bisogno di fermarsi a meditare, in silenzio.
Ero assorto e trasognato, e ce n’era motivo, per la meraviglia di cose mai viste e neppure sognate.
Tra i pensieri e le immagini che mi si accalcano alla mente spicca, al di sopra di tutti, quest’uomo che nel complicato quadro politico sa leggere e guardare lontano: ed è lo stesso che al mattino pregava in ginocchio, come un qualsiasi fedele.
Ecco mi ha molto colpito l’uomo De Gasperi. La sua figura alta, magra, quasi severa; il suo parlare scarno, vero, a volte con l’attenzione di cercare le parole più espressive, più idonee al concetto e che non si prestino a equivoci; le frasi più forti indicano una via da seguire, un via proposta, ma pensata, meditata.
Sa farsi ascoltare, sa convincere.
Si sente l’uomo che per le sue convinzioni ha pagato seriamente negli interminabili anni della dittatura, portando con sé la certezza del credente che sa che i grandi valori, i diritti della persona, possono essere calpestati, avviliti, cadere in minoranza, ma non muoiono, non si spengono, ritornano più vivi che mai; ne ha vissuto l’esperienza.
Mi lascia il segno questo uomo di Stato che ha una ricchezza umana eccezionale.
Qui è il fondamento della sua statura politica, della sua forza di convincimento, della sua capacità di attendere, di soffrire, di non cedere.
Da qui hanno tratto vigore quelle sue parole al consesso dei vincitori a Parigi, era il 10 agosto del ‘46: «… Sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me».
Da qui la forza per decidere di ratificare il pesante trattato di pace: «Se non vogliamo fare dell’Italia una navicella in balia del vento, se vogliamo dare all’Italia dei fondamenti sicuri per l’avvenire, dobbiamo ratificare, accada quello che vuole accadere! Non mi importa niente di essere Presidente del Consiglio, non mi importa niente di rimanere al potere, ma voglio servire la mia coscienza!». Secondo la testimonianza alla Camera del ministro degli Esteri Sforza che commentò: «Tanto meglio per l’Italia se ogni tanto ci sono degli uomini che preferiscono la coscienza al potere!» Da questo patrimonio umano di grandi valori creduti e vissuti, venne la forza per sopportare sofferenze non lievi: l’incomprensione della Santa Sede; sono sempre stato convinto, anche per penosa esperienza personale, che la ciurma dei cortigiani ha creato danni seri in questi delicati rapporti; e il fallimento della Comunità di Difesa Europea Ced, per la superbia francese; e la diretta responsabilità nel presentarsi in Parlamento dopo il fallimento della legge elettorale che prevedeva un premio al vincitore, con un governo che non poteva avere speranze di successo, con il suo leale no all’offerta dei monarchici: «Voi non mi conoscete, io non vi conosco».
Amarezze, incomprensioni, irriconoscenza.
Le croci non furono né poche, né lievi, ma la sua virtù più forte, più resistente.
Questo è il pensatore, il costruttore della politica di pace;       lui che volle l’alleanza con gli Stati Uniti che significò sicurezza e pace anche per l’Europa.
Lui, nei suoi discorsi politici in Parlamento, il disegnatore del grande quadro internazionale dove collocare il nostro Paese e quindi farne discendere le scelte conseguenti per la politica interna. Quei discorsi ascoltati da una folla di diplomatici di tutto il mondo nella tribuna della Camera.
Ecco il centrismo degasperiano e la visione profetica dell’Europa: «Solo un’Europa politica unita, saprà dire un no ef- ficace alla guerra».
I problemi della giustizia sociale e delle indispensabili riforme e, primum vivere, la libertà che deve essere difesa ad ogni costo.
La sua essenziale visione politica è rimasta la base dell’agire di ogni governo per più di 40 anni!! E ora qualche ulteriore motivo del mio profondo legame con De Gasperi.
All’inizio della mia esperienza politica e parlamentare la fatica personale era intensa, aggravata da un disagio psicologico e vorrei dire, anche spirituale.
Ero da anni nell’Azione Cattolica dove mi ero trovato a mio agio; ora nella politica mi sentivo estraneo e anche la mia piccola e povera preghiera non riusciva a conciliarsi con la presenza politica.
Questa divaricazione aumentava il mio desiderio di ritornare alla mia famiglia, al mio amato impegno di giudice e all’Azione Cattolica.
De Gasperi amava fermarsi con noi giovani a parlare e noi, quando lo incontravamo ai “passi perduti”, cercavamo qualche motivo per avvicinarlo, interrogarlo, ascoltarlo.
Aveva una particolare capacità di ascolto. Virtù assai rara.
Fu in uno di questi interessanti incontri che affrontando De Gasperi il tema del nostro impegno di cristiani inseriti nella responsabilità politica, con il dito medio della mano destra puntato sul palmo della sinistra, ha ripetuto con intensità: «È da qui, da questa realtà, da questa esperienza che viviamo, che dobbiamo far uscire la nostra spiritualità, il nostro credo vissuto… è da qui, da qui!» Mi sono entrate nell’anima queste parole e hanno risposto al mio disagio. È colpa mia se fede, preghiera, politica non riescono a far sintesi in me.
Mi si era accesa una luce che non si spense più.
Avvicinandolo mi colpiva ancora di più per la saggezza e la forza delle convinzioni. Lo ascoltavo pensando che non aveva mai mutato pensiero, da giovanissimo a uomo di governo: mai! Sulle grandi doti umane, la grazia di Dio aveva lavorato, e come! Ecco, un testimone vero, libero, forte, sereno. E pensavo al prezzo da lui pagato.
Più tardi le lettere alla sposa, l’epistolario con la figlia suora, mi offrirono ancora altre luci della sua anima limpida.
O, sia chiaro, non ho mai pensato che fosse un esemplare irreale di infallibilità e di perfezione. No, non gli ho fatto questo torto! Ma quale statura di virtù umane, quale costante impegno per essere fedele a queste virtù, quale coerenza umana e cristiana… sempre! Si spiega il suo invito parlando ai costituenti democristiani: «Bisogna che anche la vostra vita privata sia in armonia con i principi che affermate nella vita politica».
Tante volte ebbi la fortuna di parlare da solo con lui in incontri semplici e confortanti.
Se parlava della sua famiglia, si sentiva la profondità dell’amore e la intensità della responsabilità paterna.
Nei rapporti con uomini politici: da Togliatti a Nenni, da Pacciardi a Einaudi a La Malfa, anche nei dissensi, nessuna parola che esprimesse reazione a offese e anche ad accuse ingiuste.
Ho raccontato tante volte il suo abbraccio con Nenni al quale aveva portato la terribile notizia, giunta al ministero degli Esteri, che in un campo di sterminio tedesco era stato trovato il cadavere della figlia: «Né Nenni, né io potremo dimenticarlo mai!» E il suo ricordo della preghiera al Padre comune, recitata con ebrei e protestanti nella clandestinità del Laterano, che Pio XII aveva aperto a tutti i perseguitati da fascisti e tedeschi, senza distinzione di pensiero politico e di fede religiosa.
Ancora oggi mi riempie l’animo di ammirazione, la con- fidenza che mi fece sul suo ringraziamento dopo la Santa Comunione: «Mi vengono in mente i problemi impellenti della politica; e Togliatti e gli oppositori e gli alleati; e Pastore, Di Vittorio con i sindacati…e cento e cento altre urgenze per la nostra gente… e penso: «ecco il demonio non vuole che io faccia bene il mio ringraziamento. Ma questo pensiero è sbagliato; allora riconduco tutto alla Comunione».
Mirabile sintesi! La sua vita è scolpita nella frase centrale della stupenda lettera che mi scrisse il 6 agosto del 1954 a pochi giorni dalla sua morte: «Quello che dobbiamo soprattutto trasmettere l’uno all’altro è il senso del servizio del prossimo, come ce l’ha indicato il Signore, tradotto e attuato nelle forme più larghe della solidarietà umana, senza menar vanto dell’ispirazione profonda che ci muove e in modo che l’eloquenza dei fatti “tradisca” la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità».
Questa è l’armonia della sua passione politica, della sua concezione della responsabilità di uomo di Stato a servizio della comunità.
Momenti di successo e di intensa sofferenza; legati al suo talento politico e al suo sentire di credente.
Riguardare la sua vita da questo incantevole angolo visuale vuol dire ricordare davvero De Gasperi, uomo, credente, statista.
Non saprò mai dire quante volte nella mia lunga presenza politica il meraviglioso inciso «ma perché non ci diamo del tu, se ci vogliamo tanto bene?» è stato per me forza, incitamento, richiamo, conforto.
Eppure è vero: l’ammirazione profonda non mi consentì mai di parlargli con il tu; ma questo nulla tolse alla mia affettuosa confidenza con lui.
Poi la morte, quei salmi che aveva preparato perché la Figlia glieli leggesse… il nome di Gesù sulle labbra.
Per tutta questa ricchezza, la sua figura è entrata nella mia vita.
Temo che serva solo a vederne i divari gravi, ma è certo che è entrata nella mia vita.
È su questo patrimonio di verità, di valori umani e di fede cristiana vissuta, che si poggia saldamente lo statista eccezionale, l’uomo politico di acuta visione della realtà, il pensatore politico, lo stratega accorto, colui che è stato, dopo la II guerra mondiale, il più grande portatore di pace per l’Italia e per l’Europa.
 
 


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