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01-12-2004
Radici (solo?) laiche dell'Europa
Un lettera alla rubrica di sergio Romano su Panorama
autore: Giovanni Cogliandro



Caro dott. Romano,

Le scrivo dopo la lettura della lettera di Felice Costabile, per altro non la prima, pubblicata sul numero di Panorama del 2 dicembre. Vorrei un suo parere sul contenuto della medesima, e mi permetterò di esprimere il mio. Capisco i personali sentimenti dell'autore della missiva stessa, che del resto trovano riscontro in iniziative anche di ampia portata come quelle della ormai ben nota UAAR, che moltiplica tra l'altro le sue cosiddette iniziative di "sbattezzo". A questo riguardo noto cursoriamente che tale termine è improprio e scorretto: chi crede nel sacramento in questione sa bene che esso non può certo essere cancellato da una qualsivoglia associazione per mezzo di documenti o petizioni, chi non ci crede non ha comunque bisogno di richieste formali per sentirsi al di fuori della comunione ecclesiale. Il fenomeno della UAAR si congiunge con l'iniziativa propagandata da Costabile sulle radici pagane dell'europa, in un riflusso quasi giacobino di volontà di rimozione di una parte della nostra comune eredità, o meglio di un costituente antropologicamente rilevante della comunità italiana e anche europea. Comprendo bene la necessità di una laicità delle istituzioni, ma vi è dinanzi a noi il rischio liberticida di iniziative come quella francese volta a impedire ogni simbolo religioso nei luoghi scolastici e, se ho ben compreso, in tutti i luoghi pubblici. Di recente sono stato a Poitiers e a Parigi, invitato per un convegno filosofico della locale università, e, anche da parte di amici e colleghi di estrazione atea, mi sono stati manifestati sentimenti di disapprovazione per la scelta del loro governo di limitare quello che in fondo è un basilare diritto di espressione.
Per fortuna non credo che in Italia si corra un rischio del genere. Certo però il sostenere che la citazione di Tucidide sia stata omessa solo perchè percepita come pagana nel sentire della Chiesa mi sembra alquanto riduttivo. Ho svolto ricerche sull'argomento (pubblicate sulla rivista "Panorama per i Giovani" della Fed. Naz. dei Cavalieri del Lavoro, settembre 2003, ed ora sul sito internet www.laboratorioperlapolis.it) e ritengo che la citazione in questione sia stata omessa perchè frutto di un compromesso. La citazione intera tratta dalla Guerra del Peloponneso di Tucidide è infatti: "La nostra Costituzione [non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d'esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E] si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più." (libro II,37). Il problema non è quindi la paganità della suddetta, ma bensì la malcelata presunzione che era alla base della stessa. Presunzione a mio avviso giustificata, proprio dalla anteriorità rispetto a tutti gli attuali modelli di governo della esperienza statale europea, con tutti i suoi mali e i suoi lutti comunque il vero laboratorio di nascita della modernità. come ho infatti rilevato, manca forse dalla carta costituzionale proprio questa storia di sofferenza, e la storia viene ridotta ad un luminoso cammino, secondo il dettato illuminista ingenuo che ancora alberga in troppi intellettuali, che, dopo letture come quella della laicissima "Dialettica dell'illuminismo" di Horkeimer e Adorno, dovrebbero ben conoscere a quali disastri la tirannia della presunta ragione ha portato nella storia del novecento. Credo fermamente che la coscienza delle radici culturali dell'Europa debba essere ampliata, includendo Atene e Roma, ma anche Gerusalemme, e deve portare con sè la coscienza della storia di sofferenze e di speranze realizzate e disilluse, delle dialettiche di idee e di sangue che ne fanno un symbolon dell'intera storia dell'umanità.
La saluto con grande cordialità,

Giovanni Cogliandro
Università di Roma



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