Caro dott. Romano,
Le scrivo dopo la lettura della lettera di Felice Costabile, per altro non la
prima, pubblicata sul numero di Panorama del 2 dicembre. Vorrei un suo parere
sul contenuto della medesima, e mi permetterò di esprimere il mio. Capisco i personali
sentimenti dell'autore della missiva stessa, che del resto trovano riscontro in
iniziative anche di ampia portata come quelle della ormai ben nota UAAR, che moltiplica
tra l'altro le sue cosiddette iniziative di "sbattezzo". A questo riguardo noto
cursoriamente che tale termine è improprio e scorretto: chi crede nel sacramento
in questione sa bene che esso non può certo essere cancellato da una qualsivoglia
associazione per mezzo di documenti o petizioni, chi non ci crede non ha comunque
bisogno di richieste formali per sentirsi al di fuori della comunione ecclesiale.
Il fenomeno della UAAR si congiunge con l'iniziativa propagandata da Costabile
sulle radici pagane dell'europa, in un riflusso quasi giacobino di volontà di
rimozione di una parte della nostra comune eredità, o meglio di un costituente
antropologicamente rilevante della comunità italiana e anche europea. Comprendo
bene la necessità di una laicità delle istituzioni, ma vi è dinanzi a noi il rischio
liberticida di iniziative come quella francese volta a impedire ogni simbolo religioso
nei luoghi scolastici e, se ho ben compreso, in tutti i luoghi pubblici. Di recente
sono stato a Poitiers e a Parigi, invitato per un convegno filosofico della locale
università, e, anche da parte di amici e colleghi di estrazione atea, mi sono
stati manifestati sentimenti di disapprovazione per la scelta del loro governo
di limitare quello che in fondo è un basilare diritto di espressione.
Per fortuna non credo che in Italia si corra un rischio del genere. Certo però
il sostenere che la citazione di Tucidide sia stata omessa solo perchè percepita
come pagana nel sentire della Chiesa mi sembra alquanto riduttivo. Ho svolto ricerche
sull'argomento (pubblicate sulla rivista "Panorama per i Giovani" della Fed. Naz.
dei Cavalieri del Lavoro, settembre 2003, ed ora sul sito internet www.laboratorioperlapolis.it) e ritengo che la citazione in questione sia stata omessa perchè frutto di un
compromesso. La citazione intera tratta dalla Guerra del Peloponneso di Tucidide
è infatti: "La nostra Costituzione [non si modella sulle costituzioni straniere.
Siamo noi d'esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E] si chiama democrazia
perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più." (libro II,37). Il problema
non è quindi la paganità della suddetta, ma bensì la malcelata presunzione che
era alla base della stessa. Presunzione a mio avviso giustificata, proprio dalla
anteriorità rispetto a tutti gli attuali modelli di governo della esperienza statale
europea, con tutti i suoi mali e i suoi lutti comunque il vero laboratorio di
nascita della modernità. come ho infatti rilevato, manca forse dalla carta costituzionale
proprio questa storia di sofferenza, e la storia viene ridotta ad un luminoso
cammino, secondo il dettato illuminista ingenuo che ancora alberga in troppi intellettuali,
che, dopo letture come quella della laicissima "Dialettica dell'illuminismo" di
Horkeimer e Adorno, dovrebbero ben conoscere a quali disastri la tirannia della
presunta ragione ha portato nella storia del novecento. Credo fermamente che la
coscienza delle radici culturali dell'Europa debba essere ampliata, includendo
Atene e Roma, ma anche Gerusalemme, e deve portare con sè la coscienza della storia
di sofferenze e di speranze realizzate e disilluse, delle dialettiche di idee
e di sangue che ne fanno un symbolon dell'intera storia dell'umanità.
La saluto con grande cordialità,
Giovanni Cogliandro
Università di Roma