Dopo due mesi di proteste, studenti e sindacati hanno vinto la loro battaglia
contro il Cpe, la tanto discussa legge sul contratto di primo impiego. Dopo averla
inizialmente promulgata, il presidente Chirac è tornato sui suoi passi, abolendola.
Al suo posto, l’Assemblea nazionale francese ha approvato una riforma che consiste
in incentivi alle aziende che assumono giovani. Non solo: dopo sei anni di discussioni
con i presidi, il governo ha “trovato” 50.000 posti part time nelle scuole e ha
lanciato, in via sperimentale, il Ctp (contrat de transition professionnelle),
che aiuta i giovani licenziati nelle imprese con meno di mille dipendenti. Non
basta, però, a far risalire il consenso popolare per il premier de Villepin, che
in un sondaggio pubblicato dal quotidiano “Le Figaro” il 14 aprile, è dato al
25%. Per i francesi, a rafforzarsi dalla vicenda del Cpe sono stati il ministro
dell’interno Sarkozy (55%) e la candidata socialista all’Eliseo, Segalene Royal
(71%). Quest’ultima è stata, inoltre, giudicata dal 59% degli intervistati come
la più idonea nel fare riforme economiche. Infine, il verdetto sul ritiro del
famigerato Cpe: il 63% dei francesi si e’dichiarato soddisfatto.
Nel frattempo che succede in Italia? E’indicativo il titolo (in prima pagina)
di un osservatore esterno, l’Herald Tribune del 30 marzo, in merito alla recensione
di un romanzo (“Generazione 1000 euro”) scritto da due ragazzi italiani, dal quale
verrà ricavato un film: “Italy (sh!) has a problem”. Tradotto, l’Italia ha un
problema del quale non vuole parlare, quello di chi lavora molto, guadagna poco
e non sa cosa sarà di lui a 35-40 anni.
Come uscirne? La flessibilità è una cosa, il precariato a vita un altro. I contratti
a termine, come tanti altri contratti “atipici”, possono servire per entrare nel
mondo del lavoro, non per restarci. Non si fa profitto sfruttando la gente, come
fanno tante aziende con i collaboratori dei propri call center che, essendo strutture
fisse e non temporanee, dovrebbero avere tutti dipendenti fissi, più o meno a
part time.
Una vita di uscita, insistiamo, è curare maggiormente la preparazione professionale,
investire di più in ricerca e innovazione oltre a dare incentivi per i giovani
che si iscrivono a facoltà scientifiche. Da un recente sondaggio è emerso che
appena il 12% delle aziende italiane ha un dirigente responsabile di marchi, brevetti
o diritti d’autore, contro una media del 50% della Ue. E a proposito di brevetti…l’anno
scorso ne sono stati registrati solo 4.000 contro i 300.000 del Giappone. Certo,
perché i migliori cervelli italiani vanno all’estero.
Sempre nel Paese del Sol Levante, nei giorni scorsi, si e’aperto il tradizionale
“anno aziendale”: nuovo esercizio fiscale, nuova leva di massa. Risultato: 850
mila giovani, laureati o diplomati il mese scorso, sono entrati tutti insieme
nel mondo del lavoro. I miracoli si fanno, purché i conti (nostri) siano a posto.
E’qui, infatti, il nodo centrale del nostro malessere giovanile. Uno Stato che
destina il 45% del PIL alla spesa pubblica e ha accumulato un debito reale vicino
al 120%, sempre del PIL (in Turchia il 58%), non può garantire un futuro ai suoi
giovani.