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26-06-2006
OPINIONI. Gli occhi di Totti e la frase di Speroni
autore: Giovanni Cogliandro



In un caldo pomeriggio di estate romana, il finale di partita (le memorie di un celebre dramma teatrale si affastellano) ho potuto assistere alle inquadrature del rigore che hanno regalato all’Italia l’ammissione ai quarti di finale dei mondiali. La telecamera ha indugiato per secondi lunghissimi sugli occhi del giocatore più famoso di Roma, con attimi di notevole emozione, poi esplosi in un’euforia di italianità collettiva.
Non posso fare a meno di collegare questo episodio con quanto affermava il presidente emerito Cossiga in un suo intervento pubblico qualche giorno fa: “ci si ricorda di essere italiani in due occasioni: quando l’Italia gioca ai mondiali e quando qualche grande gruppo estero vuole acquisire un’azienda italiana di grande visibilità”. C’è un sapore amaro in queste parole, la consapevolezza di una carenza di sentimento che non riescono a rendere pienamente congruenti le molteplici piazze e vie centrali di ogni città italiana, dedicate a Garibaldi, Mazzini, Cavour. Del monarca e della sua famiglia non parlo, visto quanto successo in questi giorni: credo sia meglio un pudico silenzio.
Il sentimento nazionale ha però per una piacevole ironia della sorte scelto di coincidere con il rigore di cui si parlava: stavolta però nella sua più alta forma istituzionale, quella del referendum costituzionale. Proprio in finale di partita si è avuta notizia della vittoria dei no, con una maggioranza superiore al 60 %, e con una percentuale di votanti superiore al 50%, pur non necessaria. Il rigore in extremis ha coinciso con una ampia vittoria surrogata da una larga affluenza alle urne. Sarà forse il prodromo di un invertirsi delle priorità, dall’agonismo di spettatori ad una maggiore voglia di partecipazione civica?
Una nota stonata è il commento a caldo, quindi rivelatore, del leghista Speroni, che più o meno suona così: “gli italiani fanno schifo”. Interessante espressione, molto facilmente intelligibile, con una dicotomia di base: o il suddetto politico non si pone nel novero degli italiani, oppure, se ci consente di includerlo nel novero degli italiani sunnominati, l’accusa si ritorce contro di lui.
Un commentatore di Radio Radicale ha fatto notare che non è molto saggio far decidere in maniera così netta gli elettori su 55 articoli di una riforma così complessa. A questo riguardo vorrei notare che poco saggio, nonché ai limiti della legalità costituzionale, è proporre una riforma in materie così disomogenee, quando l’art. 138 parla di “revisione”, non di riforma. La revisione sarebbe pienamente lecita se relativa a un gruppo di articoli che trattano un tema congruente e ben delimitato. La riforma del 2001 in questo senso già fu forse alquanto ampia, ma almeno si limitava all’ambito del federalismo e delle autonomie. La componente leghista non era soddisfatta di quanto già ottenuto, e ha voluto osare tutto ciò che si poteva osare. Aggregare tutti gli organi costituzionali, compresa la Corte costituzionale, in una riforma così radicale, nonché scritta spesso in maniera più che discutibile, è stato un peccato di hybris che si assomma ad altri già commessi dal precedente esecutivo, ma forse tutti li supera e degnamente li corona. 


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