Ventidue milioni di disoccupati nel Vecchio Continente, il 18,7% dei quali appartiene
alla fascia di età tra i 15 e i 24 anni. Il problema della disoccupazione giovanile
è un problema europeo. Mal comune mezzo gaudio, penseranno i francesi alla visione
di questo dato. Eppure, quello che sta succedendo in questi giorni Oltralpe, con
il terremoto causato dal primo ministro de Villepin grazie alla sua provocatoria
legge sul contratto di primo impiego (Cpe), è solo la prima scossa di avvertimento
per un mercato del lavoro europeo che deve cambiare, se vuole far fronte alla
competizione selvaggia della globalizzazione. E rapidamente.
La situazione francese è emblematica ed invita ad alcune riflessioni anche per
molte similitudini con il nostro paese: il tasso di disoccupazione dei giovani
tocca il 23% (poco di meno dell’Italia, che ha il tasso europeo più elevato dopo
la Grecia), addirittura il 50% nelle fasce sociali più marginali. Ora, l’unico
modo per contrastare questa tendenza è aumentare una certa flessibilità nel mercato
del lavoro, riducendo l’asimmetria tra posto permanente e posto temporaneo, fra
garantiti e non garantiti. Una necessità condivisa da tutti i paesi dell’Unione
Europea a Lisbona nel 2000. In Spagna l’hanno capito: si è ridotto di due terzi
il tasso di disoccupazione negli ultimi undici anni con un robusto ricorso ai
contratti a tempo determinato che rappresentano oggi più del 30% del totale, di
cui la metà riguarda giovani sotto i 35 anni (si cerca ora di trasformarli in
posti di lavoro permanente con clausole di licenziabilità più soft).
Che ha fatto in Francia, invece, Napoleone Villepin? Infischiandosene dei sindacati
e delle forze politiche, con le ripercussioni che stiamo vedendo in questi giorni,
sta cercando di imporre la Cpe. Una legge che di per sé rappresenterebbe una buona
idea ai fini della flessibilità, ma che è stata formulata male; soprattutto per
la “possibilità di licenziamento senza giusta causa nei primi due anni di assunzione
per i giovani sotto i 26 anni”, uno schiaffo alle speranze per il futuro dei ragazzi
che si accingono a entrare nel mondo del lavoro, senza garanzie per avviare un
progetto di vita. In pratica si è reso potenzialmente “precario” anche il posto
fisso.
Restiamo a guardare ciò che succederà, ma sarebbe il caso di agire anche noi,
perché il problema del precariato dei lavoratori più giovani sta diventando un
fenomeno preoccupante pure in Italia. Anche noi stiamo diventando “cugini precari”.
In primis, perché se è vero che la disoccupazione generale è scesa al 7,6% (in
Francia siamo quasi al 10%), è vero pure che sta crescendo la quota di lavori
realmente precari. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia, un giovane su
quattro tra i 15 e i 29 anni ha un lavoro a tempo determinato, ma la percentuale
è salita quasi al 50% per i neoassunti negli ultimi 12 mesi! Alla precarietà del
posto si aggiunge il disagio di remunerazione non in linea con il costo della
vita. Di qui il malessere crescente fra i giovani, soprattutto fra i neo-laureati.
E non è solo una questione di precariato. Dobbiamo tenere bene in mente che siamo
ancora ben lontani dagli obiettivi UE: tasso di occupazione complessiva del 70%
(siamo ancora al 58,2%), di quella femminile del 60% (siamo al 45,2%, fanalino
di coda in Europa, penultimi davanti a Malta) e una partecipazione al lavoro del
50% per gli over 55 (siamo al 31%). Quindi si tratta di aumentare le possibilità
di impiego. Come dare una brusca sterzata?
L’attuale maggioranza di centro-destra insiste sul discorso flessibilità ed esalta
l’incremento delle assunzioni negli ultimi anni, negando la tendenza preoccupante
di aumento del precariato e il fatto che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro
fisso sono occupati da extracomunitari in attività che noi italiani non vogliamo
più fare.
A questo punto occorre sgomberare il campo da due equivoci:
1) Un conto è la flessibilità (fattore indispensabile per l’economia), un conto
è la precarietà, elemento negativo quando si trasforma in sfruttamento e in modo
surrettizio per ottenere profitti o aggirare le leggi e le regole previdenziali.
2) La precarietà “regolamentata” può essere un’opportunità se è l’indispensabile
tirocinio o anticamera per il posto fisso; diventa una condanna se un’impresa
usa lo strumento della flessibilità non per far fronte a picchi produttivi o ad
improvvise crisi, ma per spendere meno e guadagnare di più. Se si supera questo
spartiacque, il precariato diventa un fenomeno negativo sia per i lavoratori che
per l’economia di un Paese.
Con il precariato a vita (come avviene in molte aziende private e persino in
istituzioni pubbliche come stratagemma per aggirare il blocco del turn-over del
pubblico impiego) non si va avanti, non si possono fare progetti, non si ha un
futuro previdenziale certo, non si può pensare di formarsi una famiglia e fare
figli, con il rischio di una ulteriore e irreversibile atomizzazione della società.
Occorre quindi distinguere la flessibilità dal precariato. In questo senso fa
bene Prodi a dire che bisogna armonizzarla con la stabilità. Come? Rendendo fiscalmente
meno conveniente l’occupazione precaria rispetto a quella a tempo indeterminato
per togliere ogni alibi alla furbizia di molti imprenditori.
Ma c’è anche un altro grande problema da affrontare e cioè la formazione dei
nostri giovani, che si trovano impreparati ad affrontare l’ingresso nel mondo
del lavoro, sia per le conoscenze di base (soprattutto nel sud-italia e nelle
isole, basta vedere le indagini Ocse/Pisa 2000/2003) che, a maggior ragione, per
la conoscenza di lingue straniere, indispensabili in un mercato del lavoro ormai
globalizzato. Secondo un recente sondaggio, solo il 36% degli italiani dichiara
di sapere una lingua estera (in alcuni paesi della Ue si arriva anche al 70%),
percentuale che crolla al 16% nel caso di più lingue. E’ ovvio quindi che vada
rivisto con il prossimo governo l’intero sistema scolastico e universitario adeguandolo
veramente ai nuovi bisogni dell’economia, a partire da un reclutamento dei docenti
più selettivo; rivalutando gli indirizzi tecnico-professionali (penalizzati dalla
riforma Moratti), trasformando la scuola in un momento formativo vero in vista
dell’inserimento dei giovani nella vita produttiva. Oggi si esce dalla scuola
digiuni di economia, di diritto, di rispetto per le regole, ingredienti fondamentali
del mondo degli adulti. Perché devono essere materie esclusive dell’insegnamento
universitario? E, soprattutto, tenendo bene in mente che con i Napoleoni megalomani
di turno, non si va da nessuna parte. Crescita zero? No grazie, anche i giovani
voglio dare il loro contributo alla crescita del paese!