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24-03-2006
OPINIONI. Cugini precari
autore: Francesco Bencivenga



Ventidue milioni di disoccupati nel Vecchio Continente, il 18,7% dei quali appartiene alla fascia di età tra i 15 e i 24 anni. Il problema della disoccupazione giovanile è un problema europeo. Mal comune mezzo gaudio, penseranno i francesi alla visione di questo dato. Eppure, quello che sta succedendo in questi giorni Oltralpe, con il terremoto causato dal primo ministro de Villepin grazie alla sua provocatoria legge sul contratto di primo impiego (Cpe), è solo la prima scossa di avvertimento per un mercato del lavoro europeo che deve cambiare, se vuole far fronte alla competizione selvaggia della globalizzazione. E rapidamente.

La situazione francese è emblematica ed invita ad alcune riflessioni anche per molte similitudini con il nostro paese: il tasso di disoccupazione dei giovani tocca il 23% (poco di meno dell’Italia, che ha il tasso europeo più elevato dopo la Grecia), addirittura il 50% nelle fasce sociali più marginali. Ora, l’unico modo per contrastare questa tendenza è aumentare una certa flessibilità nel mercato del lavoro, riducendo l’asimmetria tra posto permanente e posto temporaneo, fra garantiti e non garantiti. Una necessità condivisa da tutti i paesi dell’Unione Europea a Lisbona nel 2000. In Spagna l’hanno capito: si è ridotto di due terzi il tasso di disoccupazione negli ultimi undici anni con un robusto ricorso ai contratti a tempo determinato che rappresentano oggi più del 30% del totale, di cui la metà riguarda giovani sotto i 35 anni (si cerca ora di trasformarli in posti di lavoro permanente con clausole di licenziabilità più soft).  
Che ha fatto in Francia, invece, Napoleone Villepin? Infischiandosene dei sindacati e delle forze politiche, con le ripercussioni che stiamo vedendo in questi giorni, sta cercando di imporre la Cpe. Una legge che di per sé rappresenterebbe una buona idea ai fini della flessibilità, ma che è stata formulata male; soprattutto per la “possibilità di licenziamento senza giusta causa nei primi due anni di assunzione per i giovani sotto i 26 anni”, uno schiaffo alle speranze per il futuro dei ragazzi che si accingono a entrare nel mondo del lavoro, senza garanzie per avviare un progetto di vita. In pratica si è reso potenzialmente “precario” anche il posto fisso.

Restiamo a guardare ciò che succederà, ma sarebbe il caso di agire anche noi, perché il problema del precariato dei lavoratori più giovani sta diventando un fenomeno preoccupante pure in Italia. Anche noi stiamo diventando “cugini precari”. In primis, perché se è vero che la disoccupazione generale è scesa al 7,6% (in Francia siamo quasi al 10%), è vero pure che sta crescendo la quota di lavori realmente precari. Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia, un giovane su quattro tra i 15 e i 29 anni ha un lavoro a tempo determinato,  ma la percentuale è salita quasi al 50% per i neoassunti negli ultimi 12 mesi! Alla precarietà del posto si aggiunge il disagio di remunerazione non in linea con il costo della vita. Di qui il malessere crescente fra i giovani, soprattutto fra i neo-laureati.

E non è solo una questione di precariato. Dobbiamo tenere bene in mente che siamo ancora ben lontani dagli obiettivi UE: tasso di occupazione complessiva del 70% (siamo ancora al 58,2%), di quella femminile del 60% (siamo al 45,2%, fanalino di coda in Europa, penultimi davanti a Malta) e una partecipazione al lavoro del 50% per gli over 55 (siamo al 31%). Quindi si tratta di aumentare le possibilità di impiego. Come dare una brusca sterzata?

L’attuale maggioranza di centro-destra insiste sul discorso flessibilità ed esalta l’incremento delle assunzioni negli ultimi anni, negando la tendenza preoccupante di aumento del precariato e il fatto che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro fisso sono occupati da extracomunitari in attività che noi italiani non vogliamo più fare.

A questo punto occorre sgomberare il campo da due equivoci:
1) Un conto è la flessibilità (fattore indispensabile per l’economia), un conto è la precarietà, elemento negativo quando si trasforma in sfruttamento e in modo surrettizio per ottenere profitti o aggirare le leggi e le regole previdenziali.
2) La precarietà “regolamentata” può essere un’opportunità se è l’indispensabile tirocinio o anticamera per il posto fisso; diventa una condanna se un’impresa usa lo strumento della flessibilità non per far fronte a picchi produttivi o ad improvvise crisi, ma per spendere meno e guadagnare di più. Se si supera questo spartiacque, il precariato diventa un fenomeno negativo sia per i lavoratori che per l’economia di un Paese.
 
Con il precariato a vita (come avviene in molte aziende private e persino in istituzioni pubbliche come stratagemma per aggirare il blocco del turn-over del pubblico impiego) non si va avanti, non si possono fare progetti, non si ha un futuro previdenziale certo, non si può pensare di formarsi una famiglia e fare figli, con il rischio di una ulteriore e irreversibile atomizzazione della società.
Occorre quindi distinguere la flessibilità dal precariato. In questo senso fa bene Prodi a dire che bisogna armonizzarla con la stabilità. Come? Rendendo fiscalmente meno conveniente l’occupazione precaria rispetto a quella a tempo indeterminato per togliere ogni alibi alla furbizia di molti imprenditori.
Ma c’è anche un altro grande problema da affrontare e cioè la formazione dei nostri giovani, che si trovano impreparati ad affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro, sia per le conoscenze di base (soprattutto nel sud-italia e nelle isole, basta vedere le indagini Ocse/Pisa 2000/2003) che, a maggior ragione, per la conoscenza di lingue straniere, indispensabili in un mercato del lavoro ormai globalizzato. Secondo un recente sondaggio, solo il 36% degli italiani dichiara di sapere una lingua estera (in alcuni paesi della Ue si arriva anche al 70%), percentuale che crolla al 16% nel caso di più lingue. E’ ovvio quindi che vada rivisto con il prossimo governo l’intero sistema scolastico e universitario adeguandolo veramente ai nuovi bisogni dell’economia, a partire da un reclutamento dei docenti più selettivo; rivalutando gli indirizzi tecnico-professionali (penalizzati dalla riforma Moratti), trasformando la scuola in un momento formativo vero in vista dell’inserimento dei giovani nella vita produttiva. Oggi si esce dalla scuola digiuni di economia, di diritto, di rispetto per le regole, ingredienti fondamentali del mondo degli adulti. Perché devono essere materie esclusive dell’insegnamento universitario? E, soprattutto, tenendo bene in mente che con i Napoleoni megalomani di turno, non si va da nessuna parte. Crescita zero? No grazie, anche i giovani voglio dare il loro contributo alla crescita del paese!       

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