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06-03-2006
Analisi
Mercato del lavoro, tra flessibilità, precarizzazione e disoccupazione
autore: Vincenzo Acquafredda



Di fronte alla crisi dell’economia italiana, all’arresto della crescita occupazionale, specie nel Mezzogiorno, e all’espansione della precarizzazione del lavoro, l’Unione ha proposto, nel suo programma di governo, la reintroduzione del credito d’imposta a favore delle imprese che assumono a tempo indeterminato (considerata la forma normale di occupazione), il contenimento numerico delle tipologie di lavoro flessibile – e la cancellazione di quelle più precarizzanti, quali il job on call, lo staff leasing e il contratto di inserimento – l’adozione di iniziative di carattere legislativo per rendere certi i percorsi di stabilizzazione del lavoro e per monitorare la formazione professionale. In Italia, nell’ultimo trentennio, circa un quarto della forza-lavoro è stata rappresentata da disoccupati permanenti o da persone che operano permanentemente in condizioni di esclusione da ogni tutela (lavoratori irregolari, lavoratori formalmente autonomi ma operanti in condizioni di sostanziale dipendenza economica). In base ai dati Istat nel 2005 l’economia italiana è rimasta ferma (la crescita del Pil è stata infatti pari a zero, come nel 2003, a differenza di Paesi come la Germania (+0,9%), la Gran Bretagna (+1,8%), la Spagna (+3,4%) e gli Usa (+3,5%) con la duplice conseguenza, di una riduzione di 102 mila posti di lavoro a tempo pieno da un lato (l’occupazione è scesa dello 0,4%, con una riduzione delle unità di lavoro indipendenti del 4,5%) ed un arresto dei consumi delle famiglie dall’altro (la spesa delle famiglie è cresciuta solo dello 0,1% rispetto al 2004, ma il suo contributo – essendo la voce più consistente nella formazione del Pil – è stato pari a zero). A peggiorare il quadro della situazione in Italia, è stata – soprattutto in questi ultimi anni – la pesante frammentazione del mondo del lavoro, aggravata ulteriormente dalla Legge n. 30 del 2003, che ha introdotto una quantità enorme di forme di lavoro precario, risultate spesso avulse alle stesse esigenze delle imprese.   

Quando si parla del problema “disoccupazione”, in genere, si fa riferimento essenzialmente alla disoccupazione involontaria, non tenendosi conto né della disoccupazione volontaria, che si ha quando il lavoratore per varie ragioni non accetta un salario pari al valore della produttività marginale del suo lavoro, né di quella frizionale, quella dovuta cioè ad attriti, errori di calcolo, asimmetrie informative, cambiamenti inattesi che determinano squilibri temporanei fra domanda e offerta di lavoro nelle diverse professionalità ed aree di appartenenza. Secondo la definizione keynesiana, la disoccupazione sorge quando vi sono lavoratori (potenziali) disposti ad occuparsi al salario (reale) corrente o anche ad uno leggermente inferiore, ma la domanda di lavoro è insufficiente per occuparli. La disoccupazione ha sempre avuto conseguenze negative sul piano economico e sociale. Dal punto di vista economico, oltre a causare una perdita di efficienza per il sistema Paese (il mancato utilizzo delle risorse umane, protratto per un certo periodo di tempo, ne implica il deperimento), la disoccupazione accresce l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito, e, comporta, in caso di interventi pubblici di redistribuzione del reddito che consentano il pagamento di indennità di disoccupazione ai lavoratori, un rilevante costo economico per la società nel suo complesso. Dal punto di vista sociale, le conseguenze della disoccupazione possono essere ricondotte alla frustrazione del singolo, all’emarginazione, nonché alla possibilità di rivolgimenti sociali e all’aumento della criminalità.

Il consorzio interuniversitario Almalaurea ha condotto nel mese di febbraio scorso un’indagine sulla condizione occupazionale dei neolaureati italiani finalizzata alla conoscenza delle caratteristiche più rilevanti e delle modalità più significative dell’ingresso nel mondo del lavoro dei laureati quale verifica indispensabile non solo per le università che li hanno formati, ma per l’intero sistema produttivo, per i settori della ricerca e della pubblica amministrazione. Tale indagine, giunta all’ottavo rapporto, rivela che sta aumentando progressivamente il numero di neolaureati che prosegue la propria formazione post-laurea (oltre il 90% per i laureati con il nuovo ordinamento); inoltre, dopo un anno dalla laurea il guadagno mensile di chi trova lavoro – per il cui raggiungimento contano di più stage e conoscenze informatiche, piuttosto che esperienze di studio all’estero – sfiora i mille euro, per aumentare del 15% (solo) dopo cinque anni. C’è addirittura – e non sono pochi – chi, dopo la laurea, riprende a fare il lavoro iniziato prima di conseguire il diploma accademico (27 laureati su 100). Risultano altresì in calo i contratti a tempo indeterminato, mentre cresce il lavoro atipico (+10%) e, soprattutto, il lavoro a tempo determinato. Dunque, aumentano precarietà e giovani che continuano a studiare, ed è sempre più complicato l’accesso stabile al lavoro, soprattutto nel settore pubblico dove, a cinque anni dalla laurea, il lavoro stabile si aggira intorno al 31%.   

Come affrontare la disoccupazione oggi in Italia, sarà compito dei futuri governi, e, in questo senso, ottima appare la proposta dell’Unione di reintrodurre il credito di imposta quale strumento di incentivazione per le imprese che assumono personale a tempo indeterminato. Certo è che gli imprenditori che impiegano i loro capitali tenendo conto dell’efficienza marginale dell’investimento (rapporto tra tasso di interesse e rendimento atteso), in periodi di stagnazione economica – come quello che attraversa il nostro Paese – possono avere stime talmente orientate al pessimismo, che il rendimento atteso dai loro investimenti sia estremamente basso, o perfino negativo, tanto da essere indotti a non investire per il timore di affrontare solo perdite, con gravi ripercussioni di tutto ciò sullo stato occupazionale del Paese. In tale situazione, per incoraggiare la nostra occupazione si dovrebbe, forse, integrare la domanda di investimenti degli imprenditori con un volume adeguato di spesa pubblica, ovvero con un congruo intervento dello Stato che apporti un correttivo efficace all’andamento della nostra economia che preveda un flusso aggiuntivo di spesa pubblica. Ciò che si suggerisce, in un contesto di economia statica e recessiva quale è quella italiana, è, dunque, un intervento delle autorità di governo attraverso la spesa pubblica – quale efficace strumento di politica economica per combattere la disoccupazione – ovvero attraverso l’aumento degli acquisti pubblici di beni e servizi: in questo caso, poiché le imprese producono seguendo la domanda del mercato, un aumento della domanda di merci determinerebbe come conseguenza un aumento dell’offerta ed un correlativo incremento delle vendite, e, per questa via, l’occupazione, forse, tornerebbe a crescere.

Per un corretto funzionamento del sistema capitalistico – il nostro, del resto, non funziona come dovrebbe – è necessario ed auspicabile superare l’autonomia delle decisioni e delle soluzioni individuali del singolo, e ricorrere ad interventi coordinati ed armonici, da realizzarsi attraverso le autorità competenti, in modo da garantire un livello adeguato di domanda e di produzione. In condizioni di congiuntura, di crisi economica, forse quello che servirebbe è, quindi, un intervento mirato dello Stato – il solo in grado di misurare l’efficienza marginale dei beni capitali in un ottica di lungo periodo e basandosi sui vantaggi e sulle agevolazioni sociali generali – che, attraverso la spesa pubblica per acquisto merci, assuma una responsabilità crescente nella realizzazione diretta degli investimenti che servono al nostro Paese per riprendere a crescere. Del resto la spesa pubblica – così come gli investimenti privati – rappresenta un elemento autonomo della domanda, in quanto non è legata a vincoli di natura finanziaria; lo Stato può, infatti, spendere somme incassate mediante il prelievo fiscale, ma anche somme prelevate mediante un debito contratto verso la banca centrale. Tuttavia, considerato che nei periodi di stagnazione economica, gli investimenti – come, del resto, i consumi – tendono a rimanere statici, l’unico elemento variabile della domanda resterebbe il livello della spesa pubblica. Per combattere la disoccupazione non basta però applicare con efficacia il solo strumento della spesa pubblica. Occorre altresì responsabilizzare i singoli, seguire il modello di formazione continua, di cura dei propri talenti, di autodeterminazione nello sviluppo di adeguati percorsi professionali per i lavoratori, soprattutto se giovani. Nondimeno, se da un lato, sarà utile eliminare, laddove ci sono, le rigidità e richiedere al lavoratore un impegno responsabile, dall’altro, imprenditori e dirigenti – ovvero la controparte datoriale – dovranno offrire ai lavoratori contropartite valide quali, un’occupazione soddisfacente e ben remunerata, la possibilità di alternare periodi di lavoro a periodi di studio e formazione, di contare di più all’interno delle organizzazioni produttive, di lavorare in luoghi salubri e stimolanti, di esprimere il più possibile le proprie capacità, le proprie attitudini, il proprio talento. Un mondo del lavoro fatto di efficienza e di assunzione di responsabilità, dunque, ma anche, e, soprattutto, di garanzie per tutti i lavoratori.


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