Di fronte alla crisi dell’economia italiana, all’arresto della crescita occupazionale,
specie nel Mezzogiorno, e all’espansione della precarizzazione del lavoro, l’Unione
ha proposto, nel suo programma di governo, la reintroduzione del credito d’imposta
a favore delle imprese che assumono a tempo indeterminato (considerata la forma
normale di occupazione), il contenimento numerico delle tipologie di lavoro flessibile
– e la cancellazione di quelle più precarizzanti, quali il job on call, lo staff leasing e il contratto di inserimento – l’adozione di iniziative di carattere legislativo per rendere certi i percorsi
di stabilizzazione del lavoro e per monitorare la formazione professionale. In
Italia, nell’ultimo trentennio, circa un quarto della forza-lavoro è stata rappresentata
da disoccupati permanenti o da persone che operano permanentemente in condizioni
di esclusione da ogni tutela (lavoratori irregolari, lavoratori formalmente autonomi
ma operanti in condizioni di sostanziale dipendenza economica). In base ai dati
Istat nel 2005 l’economia italiana è rimasta ferma (la crescita del Pil è stata
infatti pari a zero, come nel 2003, a differenza di Paesi come la Germania (+0,9%),
la Gran Bretagna (+1,8%), la Spagna (+3,4%) e gli Usa (+3,5%) con la duplice conseguenza,
di una riduzione di 102 mila posti di lavoro a tempo pieno da un lato (l’occupazione
è scesa dello 0,4%, con una riduzione delle unità di lavoro indipendenti del 4,5%)
ed un arresto dei consumi delle famiglie dall’altro (la spesa delle famiglie è
cresciuta solo dello 0,1% rispetto al 2004, ma il suo contributo – essendo la
voce più consistente nella formazione del Pil – è stato pari a zero). A peggiorare
il quadro della situazione in Italia, è stata – soprattutto in questi ultimi anni
– la pesante frammentazione del mondo del lavoro, aggravata ulteriormente dalla
Legge n. 30 del 2003, che ha introdotto una quantità enorme di forme di lavoro
precario, risultate spesso avulse alle stesse esigenze delle imprese.
Quando si parla del problema “disoccupazione”, in genere, si fa riferimento essenzialmente
alla disoccupazione involontaria, non tenendosi conto né della disoccupazione volontaria, che si ha quando il lavoratore per varie ragioni non accetta un salario pari
al valore della produttività marginale del suo lavoro, né di quella frizionale, quella dovuta cioè ad attriti, errori di calcolo, asimmetrie informative, cambiamenti
inattesi che determinano squilibri temporanei fra domanda e offerta di lavoro
nelle diverse professionalità ed aree di appartenenza. Secondo la definizione
keynesiana, la disoccupazione sorge quando vi sono lavoratori (potenziali) disposti
ad occuparsi al salario (reale) corrente o anche ad uno leggermente inferiore,
ma la domanda di lavoro è insufficiente per occuparli. La disoccupazione ha sempre
avuto conseguenze negative sul piano economico e sociale. Dal punto di vista economico,
oltre a causare una perdita di efficienza per il sistema Paese (il mancato utilizzo
delle risorse umane, protratto per un certo periodo di tempo, ne implica il deperimento),
la disoccupazione accresce l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito, e,
comporta, in caso di interventi pubblici di redistribuzione del reddito che consentano
il pagamento di indennità di disoccupazione ai lavoratori, un rilevante costo
economico per la società nel suo complesso. Dal punto di vista sociale, le conseguenze
della disoccupazione possono essere ricondotte alla frustrazione del singolo,
all’emarginazione, nonché alla possibilità di rivolgimenti sociali e all’aumento
della criminalità.
Il consorzio interuniversitario Almalaurea ha condotto nel mese di febbraio scorso
un’indagine sulla condizione occupazionale dei neolaureati italiani finalizzata
alla conoscenza delle caratteristiche più rilevanti e delle modalità più significative
dell’ingresso nel mondo del lavoro dei laureati quale verifica indispensabile
non solo per le università che li hanno formati, ma per l’intero sistema produttivo,
per i settori della ricerca e della pubblica amministrazione. Tale indagine, giunta
all’ottavo rapporto, rivela che sta aumentando progressivamente il numero di neolaureati
che prosegue la propria formazione post-laurea (oltre il 90% per i laureati con
il nuovo ordinamento); inoltre, dopo un anno dalla laurea il guadagno mensile
di chi trova lavoro – per il cui raggiungimento contano di più stage e conoscenze
informatiche, piuttosto che esperienze di studio all’estero – sfiora i mille euro,
per aumentare del 15% (solo) dopo cinque anni. C’è addirittura – e non sono pochi
– chi, dopo la laurea, riprende a fare il lavoro iniziato prima di conseguire
il diploma accademico (27 laureati su 100). Risultano altresì in calo i contratti
a tempo indeterminato, mentre cresce il lavoro atipico (+10%) e, soprattutto,
il lavoro a tempo determinato. Dunque, aumentano precarietà e giovani che continuano
a studiare, ed è sempre più complicato l’accesso stabile al lavoro, soprattutto
nel settore pubblico dove, a cinque anni dalla laurea, il lavoro stabile si aggira
intorno al 31%.
Come affrontare la disoccupazione oggi in Italia, sarà compito dei futuri governi,
e, in questo senso, ottima appare la proposta dell’Unione di reintrodurre il credito
di imposta quale strumento di incentivazione per le imprese che assumono personale
a tempo indeterminato. Certo è che gli imprenditori che impiegano i loro capitali
tenendo conto dell’efficienza marginale dell’investimento (rapporto tra tasso
di interesse e rendimento atteso), in periodi di stagnazione economica – come
quello che attraversa il nostro Paese – possono avere stime talmente orientate
al pessimismo, che il rendimento atteso dai loro investimenti sia estremamente
basso, o perfino negativo, tanto da essere indotti a non investire per il timore
di affrontare solo perdite, con gravi ripercussioni di tutto ciò sullo stato occupazionale
del Paese. In tale situazione, per incoraggiare la nostra occupazione si dovrebbe,
forse, integrare la domanda di investimenti degli imprenditori con un volume adeguato
di spesa pubblica, ovvero con un congruo intervento dello Stato che apporti un
correttivo efficace all’andamento della nostra economia che preveda un flusso
aggiuntivo di spesa pubblica. Ciò che si suggerisce, in un contesto di economia
statica e recessiva quale è quella italiana, è, dunque, un intervento delle autorità
di governo attraverso la spesa pubblica – quale efficace strumento di politica
economica per combattere la disoccupazione – ovvero attraverso l’aumento degli
acquisti pubblici di beni e servizi: in questo caso, poiché le imprese producono
seguendo la domanda del mercato, un aumento della domanda di merci determinerebbe
come conseguenza un aumento dell’offerta ed un correlativo incremento delle vendite,
e, per questa via, l’occupazione, forse, tornerebbe a crescere.
Per un corretto funzionamento del sistema capitalistico – il nostro, del resto,
non funziona come dovrebbe – è necessario ed auspicabile superare l’autonomia
delle decisioni e delle soluzioni individuali del singolo, e ricorrere ad interventi
coordinati ed armonici, da realizzarsi attraverso le autorità competenti, in modo
da garantire un livello adeguato di domanda e di produzione. In condizioni di
congiuntura, di crisi economica, forse quello che servirebbe è, quindi, un intervento
mirato dello Stato – il solo in grado di misurare l’efficienza marginale dei beni
capitali in un ottica di lungo periodo e basandosi sui vantaggi e sulle agevolazioni
sociali generali – che, attraverso la spesa pubblica per acquisto merci, assuma
una responsabilità crescente nella realizzazione diretta degli investimenti che
servono al nostro Paese per riprendere a crescere. Del resto la spesa pubblica
– così come gli investimenti privati – rappresenta un elemento autonomo della
domanda, in quanto non è legata a vincoli di natura finanziaria; lo Stato può,
infatti, spendere somme incassate mediante il prelievo fiscale, ma anche somme
prelevate mediante un debito contratto verso la banca centrale. Tuttavia, considerato
che nei periodi di stagnazione economica, gli investimenti – come, del resto,
i consumi – tendono a rimanere statici, l’unico elemento variabile della domanda
resterebbe il livello della spesa pubblica. Per combattere la disoccupazione non
basta però applicare con efficacia il solo strumento della spesa pubblica. Occorre
altresì responsabilizzare i singoli, seguire il modello di formazione continua,
di cura dei propri talenti, di autodeterminazione nello sviluppo di adeguati percorsi
professionali per i lavoratori, soprattutto se giovani. Nondimeno, se da un lato,
sarà utile eliminare, laddove ci sono, le rigidità e richiedere al lavoratore
un impegno responsabile, dall’altro, imprenditori e dirigenti – ovvero la controparte
datoriale – dovranno offrire ai lavoratori contropartite valide quali, un’occupazione
soddisfacente e ben remunerata, la possibilità di alternare periodi di lavoro
a periodi di studio e formazione, di contare di più all’interno delle organizzazioni
produttive, di lavorare in luoghi salubri e stimolanti, di esprimere il più possibile
le proprie capacità, le proprie attitudini, il proprio talento. Un mondo del lavoro
fatto di efficienza e di assunzione di responsabilità, dunque, ma anche, e, soprattutto,
di garanzie per tutti i lavoratori.