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06-08-2004
Lista unitaria e partito riformista
autore: Alberto Gambino

Indice dell'articolo
pag. 1 Lista unitaria e partito riformista
pag. 2 Lista unitaria e partito riformista


Lista unitaria e partito riformista
Venuto meno il referendum proposto da Di Pietro sul Lodo Schifani e, dunque, la pregiudiziale più significativa per l'esclusione del partito dell'Italia dei Valori dalla lista unitaria per Prodi, sembrerebbe scontato che i giochi per l'allargamento della lista si riaprano. O, perlomeno, così dovrebbe essere, secondo la linea indicata da Francesco Rutelli, ancora qualche giorno fa al confronto tra partiti e girotondi al Teatro Vittoria: Di Pietro rinunci al referendum per costruire assieme un percorso unitario. Ma ecco che riemerge qua e là (forse più là che qua) un altro motivo (forse quello vero), ancora preclusivo verso l'ex pm di "mani pulite": se vuole entrare deve superare l'esame da aspirante riformista. Per i socialisti di Boselli, Di Pietro a quell'esame è già stato bocciato. Per alcuni di area riformista diesse, l'esame è meglio che non lo sostenga nemmeno, perché se per caso lo passasse finirebbe per "contaminare" quanti riformisti già lo sono. Il ragionamento è più o meno questo. Si parte da un assioma: Sdi, Margherita e Ds hanno nei loro nuclei maggioritari un certo grado di coesione specie sui temi sociali, della politica estera, della giustizia, che rappresentano di per sé un programma di governo sufficientemente omogeneo. Una lista unitaria tra loro si giustifica, dunque, non solo per rafforzare il consenso elettorale, ma anche e soprattutto per "legare" (la formule alchimiche parlano di "cooperazione rafforzata", "unitarietà", "progetto riformista") partiti diversi ad un progetto di governo forte. Si aggiunge poi un secondo corollario: se le elezioni saranno vinte bene, non potrà non avviarsi un processo che porterà ineluttabilmente verso il partito riformista. Se così stanno le cose allora l'eventuale presenza di di Pietro farebbe "sparigliare". Cioè: posto che ben pochi degli attuali (auto)promossi riformisti sarebbero pronti a scommettere sul tasso di riformismo dell'ex pm, l'accidentale entrata di quest'ultimo in lista e l'eventualità di una vittoria significativa della lista dimostrerebbe esattamente il contrario: si vince uniti anche nella diversità di ispirazione politica; il partito riformista è allora inutile e non s'ha da fare. La discussione avviata dalla proposta di Romano Prodi sulla lista unitaria dell'Ulivo e rilanciata a Lerici da Piero Fassino nella prospettiva di una "federazione delle forze riformiste che ci stanno" meritano una riflessione in ordine a tre nodi estremamente concreti che però paiono decisivi. Primo: il ruolo di Prodi, se si candida o no nell'ipotetica lista unitaria. Secondo: la composizione della lista. Terzo: la collocazione degli eletti nel Parlamento europeo. E' evidente che sto trascurando la questione centrale di ben più ampia portata relativa al fatto se la costruzione di un futuro partito riformista sia effettivamente idoneo ad aggiungere consenso all'area del centro-sinistra, ma non credo che scelte eventualmente maturate oggi a tavolino siano in grado di dare la risposta: solo il tempo ci dirà se ce ne saranno le condizioni (ricordo per inciso l'insuperata definizione degasperiana della politica come arte della pazienza).
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