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10-08-2004
L'esortazione apostolica post-sinodale "Ecclesia in Europa"
Alcune riflessioni
autore: Fabrizio Famà
Indice dell'articolo
pag. 1 Famà, Ecclesia in Europa
pag. 2 Famà, Ecclesia in Europa
Famà, Ecclesia in Europa
Quando mi trovo a parlare di Chiesa con i miei colleghi di lavoro, molti dei
quali non credenti e non praticanti, la critica più frequente è che la Chiesa
sarebbe una istituzione conservatrice. Non solo non capace di innovare e innovarsi,
ma neanche di stare al passo con i problemi della società. Leggendo le encicliche
sociali, invece, io mi sono sempre stupito di come un documento come l'enciclica,
che dovrebbe chiudere un periodo storico, riesca sempre a fornire risposte nell'oggi
e ad aprire nuovi orizzonti per il domani con una capacità di visione talvolta
sconvolgente. L'esempio che più mi piace ricordare è la "Quadragesimo Anno" di
Pio XI: in quel documento, datato 1931, si trova già una teorizzazione del "lavoratore
azionista". Un tema sul quale le più importanti centrali sindacali europee, italiane
comprese, hanno aperto un forte dibattito negli ultimi 10 anni. Possiamo trovare
in quei documenti fa anche spunti per le vicende più tragiche dei nostri giorni.
Vicende amare per le quali alcune ricette suggerite nelle encicliche se applicate
come metodologia di lavoro eviterebbero molti guai. Tra le tante guerre che si
sono a noi avvicinate come mai negli scorsi 60 anni, il messaggio della “Populorum
Progressio” risuona come un monito mai compreso dai governanti di molti Paesi,
soprattutto occidentali: Lo sviluppo e' il nuovo nome della Pace. Dove sono le peggiori crisi civili e sociali ? A pensarci possiamo realizzare
come il 90% di esse avvengano in Paesi che non hanno il nostro livello di benessere
pro-capite, ancorché, magari, ricchi di risorse naturali. Molti vedono nella costituenda
Unione Europea una speranza all’orizzonte che può giocare un ruolo fondamentale
per proporre una nuova visione del mondo, grazie alle caratteristiche della nostra
cultura. Proprio oggi la nuova Europa vede un importante passo con l’entrata ufficiale
di 10 Paesi, molti dei quali, ricordiamo, solo quindici anni fa erano oltre la
“cortina di ferro”. Nel pensiero comune significa che erano nostri nemici, ancorché
molto vicini a noi come cultura e come storia, avendo contribuito alla nascita
e alla difesa dell’Europa moderna. Chi legge “Ecclesia in Europa” vede la speranza;
ritrova la stessa forza nel rispondere a quesiti dei nostri giorni e nel promuovere
in maniera brillante e dinamica la visione per il domani: la visione della nuova
Europa. Leggendo "Ecclesia in Europa" l’importanza fondamentale delle radici cristiane
dell'Europa nel formare questa area politico-culturale diviene lampante. Soprattutto,
però, il documento proclama il ruolo fondamentale che esse possono giocare nel
completare l'opera verso un continente unito politicamente e aperto al mondo,
nell'accoglienza delle diversità. Quella virtù dell’accoglienza che nell’enclica
paolina “Populorum Progressio” risuonava come un dovere. Quindi, non un ricordo
delle radici cristiane come mero riconoscimento di ciò che può essere stato nel
passato, bensì patrimonio per la costruzione futura della nostra Europa di cui
tutti potranno usufruire. Perché, come espresso in questa esortazione post-sinodale
e come affermato da Mons. Aldo Giordano, Segretario Generale del Consiglio delle
Conferenze Episcopali d'Europa, le Chiese non sono interessate ad un’Europa fortezza,
chiusa nel proprio benessere, ma ad un continente che diviene più stabile per
meglio realizzare lo scambio di doni con le altre regioni della terra e contribuire
alla giustizia e alla pace del mondo. Il vero punto di interesse è la fratellanza
universale e non il benessere di un solo continente”.
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