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29-11-2005
Laicità e partito democratico
autore: Stefano Ceccanti



Le concezioni prevalenti della laicità che albergano nei Ds e nella Margherita sono incompatibili? O, invece, vi sono solo problemi da affrontare per chiarire i linguaggi e creare posizioni comuni ragionevoli? Se si dovesse accettare la prima alternativa un Partito Democratico sarebbe impossibile, al massimo si tratterebbe di coabitare, gli uni stando vicini ai Radicali e gli altri all’Udeur. Se si dovesse invece accettare la seconda, ci sarebbe certo molto da lavorare, ma sapendo di farlo in un terreno fecondo.
Per evitare di ragionare in astratto, propongo di partire dalla banlieue parigina. Il nome di Clichy, epicentro degli scontri, non è ignoto a chi ha frequentazioni col personalismo cristiano. Quella che oggi è terra degli immigrati per lo più islamici di terza generazione, era ieri uno dei feudi comunisti. Emmanuel Mounier, nel suo ultimo e profetico scritto, “Fedeltà”, del 1950, in cui invitava a ripensare integralmente alla creazione di una “sinistra non comunista”, proponeva di partire proprio da Clichy. Diceva infatti che il comunismo visto dal Ministero degli Interni era solo un complotto contro lo Stato democratico e che, invece, visto da Clichy, era una delle principali difese dei poveri. Bisognava rifiutarsi di affrontare il problema senza considerare il punto di vista di Clichy. Non per assumerlo acriticamente, ma perché esso era un fatto politicamente rilevante. Anche noi non possiamo oggi riflettere sulla laicità omettendo il punto di vista di Clichy. La laicità si basa sulla non identificazione tra lo Stato e le confessioni religiose, ma essa non può classificare come fondamentalismo qualsiasi domanda di rilevanza pubblica della fede religiosa, cadendo in forme di fondamentalismo laico. Lo ha scritto bene Alain Touraine su “Le Monde” del 7 novembre: “Il rifiuto del comunitarismo deve andare insieme al riconoscimento delle differenze…in particolare associando sempre la libertà delle organizzazioni religiose e la libertà religiosa della persona”. Clichy non è poi così lontana da noi. L’Italia manca di una legge sulla libertà religiosa che attui il riconoscimento costituzionale soprattutto per le confessioni che sono prive di Intesa e che, come l’Islam, lo saranno ancora per un certo tempo per la difficoltà di individuare seriamente una rappresentatnza. Sui suoi contenuti tutto il centrosinistra è stato sostanzialmente unito, con un consenso che ha compreso anche parti della maggioranza, trovandosi contro le diffidenze della Lega e, in qualche caso di An. Non varrebbe la pena di valorizzare questo lavoro comune, come pure quello sull’approvazione delle leggi sulle Intese siglate dai Governi di centrosinistra con Buddisti e Testimoni di Geova, invece di tenere aperti fronti polemici sul Concordato? Quando discutiamo di laicità e partito democratico dovremmo pertanto avere gli occhi rivolti al futuro, ad una laicità per l’integrazione e non a polemiche retrospettive su cosa fosse giusto inserire nel 1984 nel nuovo Concordato e nelle Intese successive. Ciò che si rivelerà datato sarà prima o poi superato consensualmente.
Sappiamo bene che le questioni non si limitano però alla legislazione specifica sulle confessioni religiose, ma anche e soprattutto alla legittimità e all’opportunità degli interventi sulle materie eticamente sensibili. La prima fase della Repubblica ci ha abituato a vivere con separatezza varie forme di laicità: gli esponenti democristiani entravano in dialogo quasi esclusivo coi vescovi, quelli dei partiti laici trattavano coi democristiani e i linguaggi si ricomponevano a livello di vertice in mediazioni ragionevoli. I partiti “misti” di oggi debbono invece competere in un mercato politico aperto, senza monopoli, in cui tutti parlano con tutti, e in cui i messaggi vanno messi in comune da subito. Non è facile per molti abituarsi a questo dialogo ravvicinato. Se ad esempio Benedetto XVI ricorda la verità teologica che i diritti umani in ultima analisi per il credente vengono da Dio, da cui per definizione origina ogni cosa buona, sta in realtà ripetendo qualcosa di scontato che non equivale affatto a dire che chi crede in Dio può conoscere da solo e possedere correttamente l’interpretazione univoca di quei diritti. Quelle affermazioni vanno lette dentro le scelte conciliari per la libertà religiosa e il superamento dello Stato confessionale e dell’opzione preferenziale per la democrazia. Se nel contempo alcuni pensatori laici ricordano la verità storica che quei medesimi diritti sono stati affermati, riconosciuti ed espansi in molti casi contro la Chiesa cattolica o senza il suo appoggio, ciò non equivale ad un’affermazione ideologica di laicismo e relativismo, ma a ricordare ai credenti che la loro capacità di cogliere l’Assoluto nel relativo è quanto mai fallibile. Verità teologica e verità storica si collocano su piani diversi e vanno ricondotte a unità in un’esperienza comune che ci aiuti a farlo, a non restare imprigionati nei nostri linguaggi che ci espongono agli equivoci perché derivano da storie separate che comunicavano solo ai vertici.
Anche sulle diverse posizioni assunte in Parlamento sulla procreazione e alla fine nei referendum non dovremmo forse ragionare nello stesso modo? Non siamo riusciti a trovare le risposte comuni che l’autonomia, pur relativa, della politica rende possibili, non perché quei nodi erano insolubili, ma perché abbiamo dato per scontato che diversi contenitori dovessero produrre risposte diverse o evitare risposte con la via di fuga della libertà di coscienza. L’assenza di una credibile prospettiva dell’Ulivo, come luogo di incontro di cattolici e laici in misura ben più forte di quanto possano farlo separatamente Ds e Margherita, ha ampliato quelle difficoltà, non ha dato la cornice adeguata per risolverle o almeno per provarci. Se è così, la laicità non solo non è un ostacolo per il Partito Democratico, ma al contrario senza un Partito Democratico, senza l’Ulivo come luogo concreto di unità, non si può dare nel centrosinistra una laicità che integri e che faccia crescere il Paese, ma solo provvisori compromessi, sempre esposti a incomprensioni e a strumentalità. Ora, qualche settimana dopo che quella cornice è tornata, la mia agenda si riempie di dibattiti su Ulivo e laicità, fatti per creare sintesi, non per confermare separatezze. So che lo stesso sta accadendo anche alle agende di altri. L’Ulivo è la Costituzione materiale della laicità di integrazione.      
         

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