Laicità o laicismo. Qui sorge il vero problema: che cos’è la laicità? Infatti,
quello che i laici pongono sotto il nome di laicità, i cattolici lo pongono sotto
il nome di laicismo. Il nodo del dialogo tra i cattolici e i laici è dunque costituito
dal diverso modo d’intendere la laicità, come conseguenza del diverso modo di
risolvere il problema della natura della religione e del suo posto e della sua
funzione pubblica.
Per i laici – parliamo qui in generale; nel modo d’essere “laico” c’è una gamma
molto varia, che va dall’ateismo, dall’agnosticismo e dall’indifferentismo alla
pratica religiosa – la religione, anzitutto, è un fatto privato, inerente alla
libertà di coscienza, per cui ognuno ha la possibilità di credere in qualsivoglia
religione o non credere affatto; di conseguenza, tutte le forme di diffusione
di qualsivoglia credo, specialmente nei confronti di bambini, sembra a essi una
violazione della libertà di coscienza, per non dire una violenza. Per tale motivo
sono contrari a qualsiasi “educazione religiosa”, sia da parte della famiglia,
sia, soprattutto, da parte della scuola: non si deve predeterminare – affermano
– la libertà di scelta religiosa del bambino e del ragazzo, affinché da adulto
possa scegliere, senza “pregiudizi”, di essere o non essere religioso.
In secondo luogo, i laici non considerano la religione come un “valore” per l’uomo
e per la sua vita. Riferendosi in particolare al cristianesimo, alcuni vi vedono
un fatto irrazionale o una offesa alla ragione umana. Per altri, è un fatto alienante
perché, da una parte, distoglie l’uomo dai suoi impegni terreni, e, dall’altra,
alimenta angosce con prescrizioni morali e con la minaccia dell’inferno. Un vero
“laico” rispetterà chi ha fatto una scelta religiosa, ma dovrà ostacolare ogni
tentativo di diffusione della religione, perché retaggio del passato.
Infine, per i laici la religione è un fatto estraneo alla vita sociale e politica,
la quale per sua natura è laica, vale a dire autosufficiente e conchiusa in se
stessa, senza rapporti di dipendenza con una qualsiasi Trascendenza. La società
umana – e lo Stato – si regge su principi propri, ha i suoi valori e una piena
autonomia; la religione le è “estranea”. In base a questo modo di concepire la
religione, i laici considerano un’ “ingerenza indebita” nella vita della società
e dello Stato ogni tentativo della Chiesa di rendersi presente nella vita pubblica.
Da questo modo di concepire la religione discende il concetto laico di “laicità”.
Questa, perciò, comporterebbe l’esclusione della religione dalla vita pubblica
e la sua riduzione alla sfera privata; la separazione tra Stato e Chiesa, l’agnosticismo
dello Stato verso la religione e la sua estraneità verso ogni confessione religiosa;
la lotta contro le “ingerenze” della Chiesa nella vita pubblica; l’emarginazione
delle organizzazioni religiose e dei gruppi d’ispirazione cristiana, perché tali
organismi sarebbero necessariamente clericali e confessionali, vale a dire a servizio
della Chiesa e dei suoi interessi, quindi estranei a uno Stato veramente laico.
Ma è questa la vera laicità o non la si deve intendere diversamente? E’ giusta
la convinzione, diffusa tra i laici, che non ci sia e non ci possa essere una
“laicità cristiana”?
Il punto di partenza della visione cristiana della laicità è la creazione della
realtà mondana da parte di Dio. Infatti, a differenza della teorie panteiste,
la creazione pone il mondo come altro da Dio. Creando con un atto libero le cose,
Dio dà a esse un proprio essere, una propria realtà, per cui sono, esistono in
sé; cioè, hanno una propria consistenza e un proprio spessore ontologici; non
sono quindi qualcosa di Dio, ma si pongono di fronte a Lui in un rapporto di dipendenza
che non le priva del loro essere, ma piuttosto le fa esistere. Le realtà mondane
hanno leggi proprie, mutuate dalla loro natura; hanno fini propri da raggiungere,
e non sono quindi puro mezzi per fini superiori a esse estranei; hanno strumenti
propri per il raggiungimento dei loro fini.
In sostanza, la realtà creata – ciò che esiste fuori di Dio- ha una sua autonomia
dalla religione, dalla fede, dalla Chiesa. Non si tratta, certo, di autonomia
assoluta, la quale comporterebbe la negazione d’ogni dipendenza della cose create
da Dio e d’ogni riferimento a Lui. L’autonomia delle cose create è relativa; né
potrebbe essere altrimenti, perché la loro dipendenza da Dio creatore è costitutiva
del loro essere.
Ciò, però, non significa che non sia un’autonomia vera, reale; infatti l‘esigenza
d’autonomia delle cose create, della società e della scienza, dalla religione
–che è così viva negli uomini del nostro tempo- è “legittima” e “conforme al volere
del creatore”.
Certo, l’ordinazione “ultima” delle realtà temporali è il raggiungimento della
salvezza eterna e l’attuazione del regno di Dio; ma, in quanto sono realtà temporali
e naturali, la loro ordinazione “immediata” è il raggiungimento del loro fine
naturale e temporale, dettato dalla loro natura.
Le realtà temporali, in quanto autonome dalla religione e dalla Chiesa, sono
per conseguenza realtà “laiche”. Così, lo Stato è “laico”, come sono “laiche”
la politica, la scienza e l’arte. Tale laicità non solo non è n contrasto con
la fede cristiana, ma è una sua esigenza, in quanto l’ordine naturale va mantenuto
distinto dall’ordine soprannaturale, anche se deve sempre restare nel suo orizzonte
e deve trovare in esso il suo destino ultimo e la sua perfezione definitiva. Una
laicità, dunque, che comporta la distinzione dell’ordine naturale dall’ordine
soprannaturale, ma non l’estraneità e tanto meno l’opposizione del primo al secondo;
che comporta la valorizzazione delle realtà temporali, ma non rifiuta il “supplemento
d’anima” che la religione e la fede possono dare a esse. Una laicità, insomma,
non chiusa, bensì aperta alla religione e alla fede.
Sotto il profilo cristiano di deve parlare di Stato laico, di laicità dello Stato.
Lo Stato, in quanto realtà temporale e storica, è laico per sua natura, vale a
dire è autonomo rispetto a qualsivoglia credo religioso per quanto riguarda la
sua costituzione, la sua forma, il suo regime, le sue leggi e il suo fine. Esso
è una realtà dell’ordine naturale; perciò, non mutua dall’ordine soprannaturale
né la sua natura, né le leggi che lo regolano, né il fine, né gli strumenti d’azione.
L’ordine nel quale si muove è quello della razionalità e della storicità.
Ma qui è necessario osservare che l’autonomia in cui consiste la laicità dello
Stato non è assoluta, ma relativa. Se esso è autonomo dall’ordine religioso soprannaturale,
non è autonomo dall’ordine morale naturale; se è autonomo dalla Chiesa, non lo
è da Dio e dalla legge morale, qual è conosciuta dalla recta ratio, dalla ragione
umana. Perciò, se lo Stato non è confessionale, non ha una religione, ha però
una morale (la morale naturale), a cui conformare le proprie leggi. In altre parole,
la laicità dello Stato non significa che esso è padrone di fare le leggi che vuole,
anche quando si tratta di leggi che sono contrarie all’ordine morale naturale,
com’è, per esempio, la legge che legalizza l’aborto. E ciò per ragioni non confessionali!