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21-10-2004
Laicità o laicismo?
autore: Lorenzo Calistri



Laicità o laicismo. Qui sorge il vero problema: che cos’è la laicità? Infatti, quello che i laici pongono sotto il nome di laicità, i cattolici lo pongono sotto il nome di laicismo. Il nodo del dialogo tra i cattolici e i laici è dunque costituito dal diverso modo d’intendere la laicità, come conseguenza del diverso modo di risolvere il problema della natura della religione e del suo posto e della sua funzione pubblica.
Per i laici – parliamo qui in generale; nel modo d’essere “laico” c’è una gamma molto varia, che va dall’ateismo, dall’agnosticismo e dall’indifferentismo alla pratica religiosa –  la religione, anzitutto, è un fatto privato, inerente alla libertà di coscienza, per cui ognuno ha la possibilità di credere in qualsivoglia religione o non credere affatto; di conseguenza, tutte le forme di diffusione di qualsivoglia credo, specialmente nei confronti di bambini, sembra a essi una violazione della libertà di coscienza, per non dire una violenza. Per tale motivo sono contrari a qualsiasi “educazione religiosa”, sia da parte della famiglia, sia, soprattutto, da parte della scuola: non si deve predeterminare – affermano – la libertà di scelta religiosa del bambino e del ragazzo, affinché da adulto possa scegliere, senza “pregiudizi”, di essere o non essere religioso.
In secondo luogo, i laici non considerano la religione come un “valore” per l’uomo e per la sua vita. Riferendosi in particolare al cristianesimo, alcuni vi vedono un fatto irrazionale o una offesa alla ragione umana. Per altri, è un fatto alienante perché, da una parte, distoglie l’uomo dai suoi impegni terreni, e, dall’altra, alimenta angosce con prescrizioni morali e con la minaccia dell’inferno. Un vero “laico” rispetterà chi ha fatto una scelta religiosa, ma dovrà ostacolare ogni tentativo di diffusione della religione, perché retaggio del passato.
Infine, per i laici la religione è un fatto estraneo alla vita sociale e politica, la quale per sua natura è laica, vale a dire autosufficiente e conchiusa in se stessa, senza rapporti di dipendenza con una qualsiasi Trascendenza. La società umana – e lo Stato – si regge su principi propri, ha i suoi valori e una piena autonomia; la religione le è “estranea”. In base a questo modo di concepire la religione, i laici considerano un’ “ingerenza indebita” nella vita della società e dello Stato ogni tentativo della Chiesa di rendersi presente nella vita pubblica.
Da questo modo di concepire la religione discende il concetto laico di “laicità”. Questa, perciò, comporterebbe l’esclusione della religione dalla vita pubblica e la sua riduzione alla sfera privata; la separazione tra Stato e Chiesa, l’agnosticismo dello Stato verso la religione e la sua estraneità verso ogni confessione religiosa; la lotta contro le “ingerenze” della Chiesa nella vita pubblica; l’emarginazione delle organizzazioni religiose e dei gruppi d’ispirazione cristiana, perché tali organismi sarebbero necessariamente clericali e confessionali, vale a dire a servizio della Chiesa e dei suoi interessi, quindi estranei a uno Stato veramente laico.

Ma è questa la vera laicità o non la si deve intendere diversamente? E’ giusta la convinzione, diffusa tra i laici, che non ci sia e non ci possa essere una “laicità cristiana”?
Il punto di partenza della visione cristiana della laicità è la creazione della realtà mondana da parte di Dio. Infatti, a differenza della teorie panteiste, la creazione pone il mondo come altro da Dio. Creando con un atto libero le cose, Dio dà a esse un proprio essere, una propria realtà, per cui sono, esistono in sé; cioè, hanno una propria consistenza e un proprio spessore ontologici; non sono quindi qualcosa di Dio, ma si pongono di fronte a Lui in un rapporto di dipendenza che non le priva del loro essere, ma piuttosto le fa esistere. Le realtà mondane hanno leggi proprie, mutuate dalla loro natura; hanno fini propri da raggiungere, e non sono quindi puro mezzi per fini superiori a esse estranei; hanno strumenti propri per il raggiungimento dei loro fini.
In sostanza, la realtà creata – ciò che esiste fuori di Dio- ha una sua autonomia dalla religione, dalla fede, dalla Chiesa. Non si tratta, certo, di autonomia assoluta, la quale comporterebbe la negazione d’ogni dipendenza della cose create da Dio e d’ogni riferimento a Lui. L’autonomia delle cose create è relativa; né potrebbe essere altrimenti, perché la loro dipendenza da Dio creatore è costitutiva del loro essere.
Ciò, però, non significa che non sia un’autonomia vera, reale; infatti l‘esigenza d’autonomia delle cose create, della società e della scienza, dalla religione –che è così viva negli uomini del nostro tempo- è “legittima” e “conforme al volere del creatore”.
Certo, l’ordinazione “ultima” delle realtà temporali è il raggiungimento della salvezza eterna e l’attuazione del regno di Dio; ma, in quanto sono realtà temporali e naturali, la loro ordinazione “immediata” è il raggiungimento del loro fine naturale e temporale, dettato dalla loro natura.
Le realtà temporali, in quanto autonome dalla religione e dalla Chiesa, sono per conseguenza realtà “laiche”. Così, lo Stato è “laico”, come sono “laiche” la politica, la scienza e l’arte. Tale laicità non solo non è n contrasto con la fede cristiana, ma è una sua esigenza, in quanto l’ordine naturale va mantenuto distinto dall’ordine soprannaturale, anche se deve sempre restare nel suo orizzonte e deve trovare in esso il suo destino ultimo e la sua perfezione definitiva. Una laicità, dunque, che comporta la distinzione dell’ordine naturale dall’ordine soprannaturale, ma non l’estraneità e tanto meno l’opposizione del primo al secondo; che comporta la valorizzazione delle realtà temporali, ma non rifiuta il “supplemento d’anima” che la religione e la fede possono dare a esse. Una laicità, insomma, non chiusa, bensì aperta alla religione e alla fede.
Sotto il profilo cristiano di deve parlare di Stato laico, di laicità dello Stato. Lo Stato, in quanto realtà temporale e storica, è laico per sua natura, vale a dire è autonomo rispetto a qualsivoglia credo religioso per quanto riguarda la sua costituzione, la sua forma, il suo regime, le sue leggi e il suo fine. Esso è una realtà dell’ordine naturale; perciò, non mutua dall’ordine soprannaturale né la sua natura, né le leggi che lo regolano, né il fine, né gli strumenti d’azione. L’ordine nel quale si muove è quello della razionalità e della storicità.
Ma qui è necessario osservare che l’autonomia in cui consiste la laicità dello Stato non è assoluta, ma relativa. Se esso è autonomo dall’ordine religioso soprannaturale, non è autonomo dall’ordine morale naturale; se è autonomo dalla Chiesa, non lo è da Dio e dalla legge morale, qual è conosciuta dalla recta ratio, dalla ragione umana. Perciò, se lo Stato non è confessionale, non ha una religione, ha però una morale (la morale naturale), a cui conformare le proprie leggi. In altre parole, la laicità dello Stato non significa che esso è padrone di fare le leggi che vuole, anche quando si tratta di leggi che sono contrarie all’ordine morale naturale, com’è, per esempio, la legge che legalizza l’aborto. E ciò per ragioni non confessionali!


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