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18-10-2005
I fraintendimenti del Prof. Pera
autore: Gianluca Giattino
Era un caldo lunedì quel lontano 19 agosto del 1985, il Papa polacco si stava
accingendo a concludere il suo ennesimo viaggio apostolico, che aveva toccato
il Togo, la costa d’Avorio, il Camerun ed una parte dell’Africa nera. Ultima tappa,
prima di volare per Roma, il Marocco. Quel giorno era previsto a Casablanca un
incontro con i giovani Musulmani. L’atmosfera era tesa, le incertezze erano molte,
nessuno poteva immaginare la reazione della folla. Raccontano gli annali che anche
quella volta Papa Wojtyla stupì tutti con il suo carisma e la sua profondissima
fede.
In realtà Giovanni Paolo II in quell’occasione non si limitò al fenomeno mediatico
(cosa che per la verità non fece quasi mai), in quella occasione tracciò in coerenza
con il Concilio Vaticano secondo (Nostra Aetate), le linee di sviluppo dei rapporti
tra Cattolici e Musulmani.
E’ forse utile a questo punto citare alcuni passi del documento conciliare. Esso
afferma che tutti gli uomini, specialmente quelli di fede viva, devono rispettarsi,
superare ogni discriminazione, vivere insieme e servire la fraternità (cf. Nostra
Aetate,5). La Chiesa manifesta una particolare attenzione per i credenti musulmani,
data la loro fede nell’unico Dio, il loro senso della preghiera e la loro stima
della vita morale (cf. ivi, 3). Essa desidera “promuovere insieme, per tutti
gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”. “Non
possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci
da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio” (
Nostra Aetate, 5).
Forte di questo back round culturale, il Papa polacco, dopo aver parlato di rispetto
reciproco, davanti a quella moltitudine inizialmente ostile scandì: “E’ lavorando
insieme che si può essere efficaci. Il lavoro ben compreso è un servizio agli
altri. Esso crea dei legami di solidarietà. L’esperienza del lavoro in comune
permette di purificare se stessi e di scoprire le ricchezze degli altri. È così
che può nascere a poco a poco un clima di fiducia, che permette a ciascuno di
crescere, di svilupparsi ed essere di più…..Ogni persona è unica agli occhi di
Dio, è insostituibile in quest’opera di sviluppo. Ciascuno deve essere riconosciuto
per quello che è, e poi rispettato come tale.”
Poi continuando nel suo intervento, parlando della presenza del male e delle
gravi ingiustizie nel mondo attuale testualmente diceva:”Perché tutto questo?
Perché gli uomini non accettano le loro differenze: non si conoscono abbastanza.
Essi respingono coloro che non hanno la stessa civiltà. Rifiutano di aiutarsi
vicendevolmente. Non sono capaci di liberarsi dall’egoismo e dall’autosufficienza.
Dio ha creato tutti gli uomini uguali per dignità ma differenti in quanto ai doni
ed ai talenti. L’umanità è un tutto in cui ogni gruppo ha il suo ruolo da svolgere;
bisogna riconoscere i valori dei diversi popoli e delle diverse culture. Il mondo
è come un organismo vivente; ciascuno ha qualche cosa da ricevere dagli altri
e qualche cosa da dare loro….. Voi (giovani n.d.r.) non volete essere condizionati
da pregiudizi”.
Poi dopo aver riconosciuto le differenze tra cattolici e musulmani disse:”La
Chiesa Cattolica guarda con rispetto e riconosce la qualità del vostro cammino
religioso, la ricchezza della vostra tradizione spirituale”: Le differenze ci
sono, ed anche importanti, ma noi le dobbiamo “accettare con umiltà e rispetto,
in una mutua tolleranza, in ciò vi è il mistero sul quale Dio ci illuminerà un
giorno, ne sono certo”.
Questo disse il giovane Papa venuto dalla Polonia, quel lontano giorno di agosto.
Questo disse parlando ex cathedra, ricollegandosi ai documenti Conciliari, e quindi
non improvvisando una posizione, bensì interpretando con chiarezza il pensiero
della Chiesa Cattolica sulla questione dei rapporti tra Cristiani e Musulmani.
La chiarezza estrema del discorso non rende necessario neppure un ulteriore commento.
Possiamo solo dire che in quella sede e per l’ennesima volta fu teorizzato il
valore assoluto e laico del confronto tra culture.
Questa ovviamente, come detto, non è una novità nella storia della Chiesa. Il
primo fu Paolo di Tarso. Egli si confrontò con i suoi contemporanei in modo talmente
appassionato (Galati 2, 11-14), da arrivare a rinfacciare a Pietro, una forma
di discriminazione tra giudeo-cristiani e pagano-cristiani. Basti leggere le sue
14 lettere, per avere chiarissima la dimensione del suo pensiero religioso-teologico-filosofico,
sorto e formatosi nel quadro del mondo ellenistico, nel quale egli, ebreo della
diaspora visse le sue prime esperienze; divenuto cristiano incontrò sin dalla
conversione, avvenuta sulla via di Damasco (atti 9,4), il cristianesimo ellenistico.
Venti anni dopo, il clima atmosferico era grosso modo lo stesso, torrido. Sul
soglio di Pietro regna da pochi mesi un vecchio Papa tedesco. Il contesto è la
XX giornata mondiale della gioventù fissata a Colonia. Papa Benedetto XVI conferma
tutti gli appuntamenti previsti originariamente dal suo Predecessore, non ultimo
l’incontro atteso per il 20 agosto, con i rappresentanti di alcune comunità musulmane.
In quella sede in assoluta coerenza con il pensiero precedentemente elaborato
dalla Chiesa di Roma, conferma la posizione sul dialogo interreligioso ed interculturale.
Tra l’altro dice:” La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico
Dio vivente e sussistente……Se nel corso dei secoli non pochi dissensi ed inimicizie
sono sorti tra cristiani e musulmani, il Sacrosanto concilio esorta tutti a dimenticare
il passato ed ad esercitare sinceramente la mutua comprensione…..Non possiamo
cedere alla paura né al pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l’ottimismo e
la speranza. Il dialogo interreligioso ed interculturale tra cristiani e musulmani
non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale
dal quale dipende in gran parte il nostro futuro”.
Parole come pietre, di una chiarezza estrema, che non teorizzano alcuna supremazia,
ma che anzi si aprono al confronto alla vicinanza anche fisica. Questa è la dottrina
della Chiesa cattolica alla quale ogni cattolico è tenuto ad uniformarsi. Queste
sono le parole di due giganti della fede, che leggono la realtà non come fosse
un microcosmo a se stante, ma la interrelazionano con il concetto salvifico di
speranza, concetto alla base della dottrina Cattolica. La verità splendente (Veritatis
splendor), non teme, anzi auspica il contatto.
Il 21 agosto 2005, il professor Marcello Pera, invitato al Meeting dell’amicizia
di Rimini, prova da pensatore laico ad iscriversi al clan dei parvenu ortodossi
della fede (vedi anche Ferrara). Quindi dopo aver ridicolizzato un pensatore democratico
e molto studiato in Vaticano come Habermas, afferma che il parametro del benessere
è quello economico, e che l’indebolimento della propria identità culturale è dovuto
al fondamentalismo islamico. Non contento testualmente dice:”In Europa la popolazione
diminuisce, si apre la porta all’immigrazione incontrollata, e si diventa meticci”.
Parole sconvolgenti, che non possono essere frutto di mera ignoranza. C’è di
più, c’è il tentativo di esorcizzare un problema. Per chi ci crede, tutte le costruzioni
fiolosofiche che nei millenni hanno fatto da pilone portante alla dottrina cattolica,
sono inutili se non coniugate con concetti di difficile spiegazione filosofica,
concetti come “grazia” “fede” “verità”, concetti che sottendono un’adesione che
è anche filosofica ma che è primariamente adesione di vita e di fede. Non esiste
il Cattolicesimo senza la speranza del futuro, futuro da costruire anche su questa
terra, partendo dalla convivenza tra i popoli, tra le culture, in buona sostanza
tra tutti i figli di Dio. Quella del signor Pera è una fede disperata, perché
è una fede che si giustifica solo con l’adesione ad un “clan” culturale, non è
la fede gioiosa del Vaticano II, è la fede bacchettona ottusa e formalistica di
chi si schiera a difesa di una cittadella assediata, ma che dubita nella vita
eterna.
Povero signor Pera, cosa si sta perdendo. Quale gioia c’è nei sacerdoti missionari
che dicono messa al ritmo tribale dei tamburi contaminando anzi meticciando il
messale romano, quale felicità c’è negli occhi di una vecchia sudamericana che
attende la morte contornata dai suoi nipoti che qualcuno vorrebbe rimanessero
al loro paese. Caro signor Pera, io voglio confrontarmi con loro, non ho paura
della loro cultura, perché sono fortissimi i miei convincimenti filosofici e metafisici,
non temo che in qualche università qualche professore possa smontare le mie costruzioni
filosofiche, perché non solo su quelle si basa la mia fede “nell’unico Dio vivente
e sussistente misericordioso ed onnipotente, creatore del cielo e della terra
che ha parlato agli uomini” (Dichiarazione Nostra Aetate, n.3).
E lei signor Pera stia attento a non essere un cattivo maestro, non fraintenda
il messaggio cattolico, non si azzardi a tracciare divisioni nel nome di Dio,
perché credo che questo sarebbe imperdonabile.
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