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15-03-2006
ESTERI. Occidente e Islam: la vera speranza sono gli immigrati
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la sintesi della conferenza sull'Islam che il gesuita padre Samir Khalil Samir ha tenuto lunedì 13 marzo presso L'Università Europea di Roma.

Indice dell'articolo
pag. 1  sintesi
pag. 2  cenni storici


sintesi

 Pochi giorni prima di essere assassinato a Trebisonda (Turchia), il sacerdote italiano Andrea Santoro aveva scritto ai suoi amici e collaboratori di Roma, invitando ad andare verso il mondo islamico, “questo cuore nello stesso tempo «luminoso», «unico» e «malato» del Medio Oriente”, entrando “in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio”.
 Padre Santoro, 60 anni, è morto mentre era inginocchiato negli ultimi banchi della sua chiesa della località del Mar Nero; è stato raggiunto da due colpi di pistola alla schiena – mentre si sentiva gridare “Allah è grande” – presumibilmente esplosi da di un giovane che ha riconosciuto di aver agito mosso dalla rabbia suscitata dalla pubblicazione sulla stampa occidentale delle vignette su Maometto.
 Molti sono quelli che si sono andati nel mondo musulmano con il desiderio di offrire loro ciò che di bello e di vero per l’uomo offre il Cristianesimo, ma la storia ci dimostra che l’Islam è impenetrabile. Le conversioni di musulmani ad altre religioni sono rarissime. E questa forte resistenza nei confronti del diverso rende difficile qualsiasi tipo di dialogo.
 Pur tenendo conto di questa impermeabilità, molti sostengono che il dialogo rimane in ogni caso l’unica strada possibile che deve essere percorsa per giungere ad una pacifica convivenza. Il problema è come instaurare questo dialogo.
 A dare una prospettiva di speranza, pur fermamente poggiata sulla difficile realtà, è padre Samir Khalil Samir, sacerdote gesuita, arabo egiziano e tra i massimi esperti cattolici sull’Islam, il quale ha tenuto una conferenza, il 13 marzo scorso, presso la nuova Università Europea di Roma. Le considerazioni che seguono sono tratte da tale intervento, ma non impegnano il relatore.
 Per comprendere l’attuale situazione non si può prescindere dal percorso storico compiuto dall’Islam, sin dalla sua origine. A tal fine occorre ricordare sinteticamente alcuni cenni storici. Nel 610 dopo Cristo, Maometto riceve l’illuminazione. Decide di combattere il politeismo. Predica la giustizia in vista del giudizio finale. Si tratta di un atteggiamento simile a quello dei profeti dell’Antico Testamento. Tuttavia non riscuote grande successo a La Mecca, popolata da ricchi borghesi e commercianti pagani.
 Nel 620 fugge da La Mecca, denunciando la miscredenza (Kafir) dei suoi abitanti, compresa la sua tribù di appartenenza. Alcuni dei suoi seguaci vanno in Etiopia, governata a quel tempo da un re cristiano. Da lì stabilisce un patto di reciproca alleanza con Medina, dove poi si trasferisce.
 A Medina non riesce a convertire le tre tribù ebraiche ricche e quindi nel 623 cambia politica: si rafforza conquistando gruppi più deboli e poi si volge per attaccare gli ebrei. Avviene un massacro e molti ebrei fuggono. Per assicurare il proprio sostentamento i seguaci di Maometto attaccano le carovane dei commercianti e per questo provoca una reazione della città de La Mecca, con cui quindi entra in conflitto.
 Intanto Maometto detta il Corano (che letteralmente significa recitazione, proclamazione) in cui vengono trascritte le risposte che lui dà alle domande e alle controversie che sorgevano nella comunità. È un periodo di guerra: in 9 anni, 60 guerre, di cui 20 importanti. Ma è un periodo storico che ancora oggi viene insegnato in dettaglio nelle scuole islamiche. La sua abilità politica è innegabile. Egli era capace di valutare la forza dell’avversario, decidendo di conquistarlo se lo riteneva più debole, o di concludervi un accordo se lo riteneva più forte.
 Finalmente, nel 630, avendo preparato il terreno, entra a La Mecca e la conquista pacificamente. Nel 632 Maometto muore e gli succede Abu Bakr che con la stessa strategia conquista i territori circostanti.
 Il Corano si basa sull’Antico Testamento, sul Nuovo Testamento e sui vangeli apocrifi. È composto di 2 parti che corrispondono a due periodi storici di Maometto: il primo, quello più spirituale, a La Mecca; il secondo, di carattere politico e violento.
 La prima parte, de La Mecca, è più breve rispetto alla seconda. In essa si predica la fede in un unico Dio, di fare il bene, evitare il male e di credere nel giudizio finale. Maometto non viene mai citato, mentre vengono citati i cristiani e gli ebrei, considerati come esempio di chi potrebbe entrare nel paradiso.
 La seconda parte del Corano è quella più lunga e predica l’azione anche violenta per difendere Dio e il suo Profeta dai miscredenti e dagli ipocriti che pretendono di essere musulmani ma che in realtà quando c’è da sacrificarsi e fare la guerra si tirano indietro. In questa parte del Corano Dio e il suo Profeta sono strettamente legati. Dio può essere adorato e difeso solo difendendo il suo Profeta. Chi difende Dio e il suo Profeta è chiamato dal Corano “Hezbollah”.
 La contraddizione tra la prima e la seconda parte del Corano è risolta con il principio secondo cui l’ultima parola di Dio prevale su quella sua precedente. Per questo l’ultima parte, quella più violenta, prevale su quella più pacifica. Alcuni studiosi hanno tentato di dire che il vero Islam è invece quello della predicazione a La Mecca, essendo quello dell’originaria ispirazione, mentre la seconda parte è più di carattere politico. Ma la stragrande maggioranza degli ulema (i dotti) e quindi della popolazione, non è d’accordo e ritiene che l’Islam in quanto tale sia composto al contempo di religione e di politica e che corrisponda alla seconda parte del Corano.
 In questa concezione dell’Islam, la Umma (la comunità) è composta dall’insieme dei credenti musulmani ed è definita come la “casa della pace”, a cui si contrappone il resto del mondo, la “casa della guerra”, in cui si può e si deve combattere contro i miscredenti, che devono essere uccisi.
 Il mondo islamico nasce con l’unificazione di tribù nomadi e procede anche successivamente sulla stessa impostazione di unità interna e di contrapposizione all’esterno. Per questo la jihad è la via obbligata per chi vuole essere musulmano credente in Dio. La parola jihad, sia nell’uso letterario, sia nell’uso comune di ieri e di oggi, significa lotta per uccidere, guerra. È un elemento che deriva anche dall’esigenza di sopravvivenza propria dei beduini, ed è stato ed è l’elemento fondante dell’Islam politico.
 Oggi il mondo islamico si trova in pieno fermento. Sembra forte, ma in realtà sta attraversando, dagli ultimi 30 anni a questa parte, forse il suo più grande periodo di crisi. È come un adolescente che non riesce a trovare equilibrio in sé e che esprime questa sua crisi con l’aggressività. Qualche motivo c’è: ad esempio il colonialismo e la presenza di Israele.
 L’invasione degli israeliani della Palestina e il loro stanziamento non ha alcuna giustificazione, neanche dal punto di vista storico, e rappresenta uno dei più grandi soprusi e delle più grandi ingiustizie della storia. Tuttavia ora è un fatto storico, legalmente riconosciuto a livello internazionale, e pertanto va rispettato fino in fondo.
 Riguardo alle vignette satiriche, bisogna capire che il mondo musulmano non ha la minima idea di cosa sia la libertà di stampa, di pensiero, d’opinione. Per loro queste vignette sono espressione della Danimarca, perché il governo danese se non le ha commissionate, almeno le ha permesse; e dell’Europa intera perché le vignette sono state poi riportate anche in altri Stati europei. E alcuni identificano i danesi e gli europei con i cristiani. In aggiunta a questo, non v’è dubbio che le reazioni di massa sono state organizzate e il fatto delle vignette è stato strumentalizzato.
 In ogni caso è assurdo che l’Europa debba chiedere scusa, o che si debba regolare con legge di non offendere Maometto, ma è altrettanto deprecabile che alcuni cittadini europei non abbiano tenuto conto della sensibilità altrui.
 Nel Medio Evo, i due mondi in qualche modo camminavano insieme. Erano spesso in conflitto, ma almeno si parlavano e si conoscevano. Oggi invece il mondo islamico si trova in uno stato di grande crisi, e per uscirne fuori e rafforzarsi sta compiendo una regressione (fino a 20 anni fa le donne velate non esistevano quasi), per tornare ai tempi del Profeta. La convinzione di molti è che fin tanto che i musulmani erano fedeli al Corano, erano forti (politica, scienza, medicina ...), ora che si sono allontanati dalla legge di Dio e dal Profeta sono peggiori e più deboli. Quindi occorre tornare al Corano per ridiventare forti. Occorre ripercorrere la prima tappa di Maometto il quale dichiarò Kafir (miscredente) La Mecca, se ne allontanò, per poi tornare su di essa e conquistarla. Questa è la strategia degli islamici radicali, nata in Egitto negli anni ’60: 1. dichiarare l’Occidente miscredente, depravato e lontano da Dio; 2. allontanarsene e rifiutare qualsiasi cosa che gli sia proprio; 3. tornare, combatterlo e conquistarlo.
 A questa strategia si aggiunge un fatto socio-demografico. La loro popolazione cresce ad un ritmo del 3% l’anno. Ora sono in 15 milioni gli immigrati in Europa e crescono rapidamente. Come dobbiamo comportarci nei loro confronti?
 La convivenza tra occidentali e musulmani è l’unica soluzione realistica e possibile che si dovrà raggiungere.
 Riguardo la presenza musulmana in Occidente, tre sono le soluzioni: 1. Cacciarli fuori o non farli entrare, 2. “Multiculturalismo” e ghettizzazione, 3. Convivenza nell’integrazione.
 La prima soluzione è irrealistica e inapplicabile, e peraltro rischia di far nascere conflitti. La seconda soluzione, applicata in alcuni Paesi europei del Nord, in cui è stata messa da parte l’identità socio-culturale del Paese di accoglienza, ha prodotto ghettizzazione e scontro sociale. La terza soluzione è l’unica possibile: quella di integrare gli immigrati nel sistema politico, sociale e culturale del Paese di accoglienza, sulla base del rispetto dello stato di diritto.
 L’integrazione non si può improvvisare. Va pensata bene e in un’ottica lungimirante, sulla base dei problemi concreti. Ad esempio, occorre studiare l’urbanistica in modo tale da evitare che gli immigrati si ghettizzino in periferia (vedi le banlieu di Parigi); se c’è il rischio che nelle scuole le classi con troppi immigrati non siano più adatte ai ritmi di formazione degli studenti autoctoni, si potrebbe pensare di stabilire per legge una quota massima di immigrati per classe.
 Occorre poi prestare particolare attenzione a quei pochi musulmani che sono in Occidente non perché sono emigrati, ma perché sono stati inviati dai Paesi islamici per predicare e convertire. Sono loro gli elementi più pericolosi.
 L’integrazione è possibile solo tra due identità forti. Se l’identità del Paese di accoglienza è debole, rischia di essere prevaricata dagli immigrati che rivendicano (come l’UCOII) spazi giuridici propri (scuole proprie, feste nazionali proprie...) producendo così una sorta di autoghettizzazione. L’Occidente quindi deve rafforzare la propria identità, che non necessariamente deve essere di natura religiosa. È sufficiente che sia quella che è, anche solo culturale, ma che sia un’identità convinta e non debole e complessata. Occorre mettere da parte i complessi: colonialismo, le crociate, ecc.
 Anche a livello internazionale l’unica strada possibile è quella della convivenza, sulla base di alcuni principi comuni che sono il rispetto dei diritti umani e il rispetto dello stato di diritto internazionale.
 La reciprocità intesa come: “se tu non mi fai costruire le chiese io non ti faccio costruire le moschee” e cose simili, non funziona. Diventa una sorta di ritorsione che sicuramente non fa altro che aumentare sterilmente il risentimento e la conflittualità.
 Occorre invece fare pressione per ottenere il rispetto dei principi comuni. Occorre promuovere i diritti umani in quei Paesi che non li rispettano o che neanche li conoscono.
 Insieme al rispetto dei diritti umani si deve promuovere il rispetto dello stato di diritto. E i primi a dover rispettare la legalità internazionale sono gli stessi occidentali. In questo senso la guerra promossa dagli Stati Uniti in Iraq è una guerra illegale, perché ha violato il diritto internazionale e il sistema legale della comunità internazionale incentrato sull’ONU.
 Il problema però è come fare breccia nei Paesi islamici per promuovere i diritti umani e lo stato di diritto. Statisticamente, da sempre, le conversioni di musulmani ad altre religioni sono pressoché nulle. Tra gli ultimi tragici esempi di una presenza cristiana che tentava di far breccia in quel muro serrato in cui si chiude il mondo islamico e che è stata eliminata fisicamente, vi è quella di don Andrea Santoro. Quindi entrare nelle società dei Paesi musulmani è impossibile.
 La speranza vera sono i 15 milioni di musulmani che vivono in Europa. Sono una presenza provvidenziale su cui è possibile agire. Sono loro che, stando qui, possono rendersi conto che l’Occidente non è tutto depravato e miscredente; che l’Occidente si fonda su valori umani e sociali condivisibili; che la violenza non può essere una cosa voluta da Dio. Sono loro che potranno essere i messaggeri di pace tra l’Occidente e l’Islam.
 Ma non sarà facile. Sarà necessario che l’Occidente migliori la propria salute spirituale, la propria adesione ai valori umani e religiosi, e il proprio atteggiamento nei confronti degli immigrati. Ma sarà necessario anche che si scardini nel mondo musulmano quel principio della prevalenza dell’ultima parola di Dio su quella precedente, che impedisce all’Islam moderato e pacifico, fondato sulla prima parte del Corano, di emergere come maggioritario.


padre Samir Khalil Samir
sintesi di Francesco Peca


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