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16-03-2006
ELEZIONI 2006. Lettera aperta ai candidati e agli elettori
autore: Paolo Giuntella



L’altro giorno ho sentito un signore confidare al giornalaio: “insomma la mia ultima speranza è che alla fine la gente si ricordi che nel segreto dell’urna Dio ti vede Prodi no”. Devo dire che questo paragone tra Prodi e Stalin mi ha veramente addolorato e scandalizzato. Era un signore che usciva dalla messa domenicale e che è rimasto incredulo quando io gli ho semplicemente detto che comunque Prodi era da sempre un cattolico praticante. Ma questo signore, piuttosto colto, ha replicato che “Cristo era liberale”anzi “il primo dei liberali della storia” (come altri, in altri tempi, dicevano che era il “primo socialista della storia”) e non un “comunista”. Inutile la discussione, tanto era convinto che in Italia ci siano anche i comunisti e che i peggiori tra i comunisti sono quelli che hanno “ucciso” (testuale) De Gasperi, facendolo morire di dolore, i “cattocomunisti”…
Inutilmente ho cercato di convincerlo al contrario che mi sento un “cattolico liberale”, secondo la scuola di Jemolo, di Scoppola, appunto, e che non sono mai stato comunista come invece lo sono stati molti esponenti di Forza Italia e teocon quando andava di moda: Adornato, Bondi, Ferrara, ed altri neocon alla Ruggero Guarini…Questo episodio (ed altri ancora, l’appello di Pera) mi ha spinto a scrivere questa lettera ai candidati “nominati” già deputati e senatori dai compilatori delle liste secondo la nuova legge elettorale, ed anche a quel 5% in bilico a secondo dei risultati. E, come dire, “per conoscenza” anche a laici cristiani e preti. Richieste e proposte,  perché i “valori” non siano soltanto uno specchietto (“ideologico”) per le allodole e soprattutto per polli. E una piccola serie di utili citazioni di nostri antenati su identità, laicità, dialogo.

Caro candidato e per conoscenza cari amici parroci, laici cristiani,
vorrei sottoporvi una serie di impegni che, a mio avviso molto umile e assolutamente tollerante – è possibile anche mi sbagli – di cittadino elettore e cristiano di strada, un po’ ingenuo, e forse all’antica, stanno a cuore. Insomma un promemoria per voi candidati e per noi elettori.

Difesa della vita
Il primo valore al quale bisogna richiamare i candidati e, più in generale i cristiani impegnati in politica e tutti i sinceri democratici di buona volontà anche non credenti, è la difesa della vita, dunque  è la pace.
Giustamente il presidente Scalfaro, il 24 gennaio all’aula magna dell’Università di Roma gremita di studenti, ha detto che “la guerra è il male assoluto”. Perché “distrugge la persona umana”. “Bombardare la popolazione civile inerme non è forse un atto di terrorismo?”. Dunque la pace è il problema numero uno, il primo valore da richiamare.
Di qui alcune conseguenze pratiche. Il ritiro delle forze armate italiane dall’Iraq. Una più decente legislazione sul commercio delle armi e contro il traffico delle armi che è, purtroppo, il primo biglietto da visita dei paesi occidentali (e dell’Italia) nei paesi poveri e in Africa in particolare. Il ripudio della legge approvata in zona Cesarini (cioè elettorale, all’ultimo momento) dal parlamento sull’uso delle armi in caso di legittima difesa. Come sappiamo e come ricorda sempre il presidente Scalfaro è un concetto morale ed ancor più giuridico di difficilissima definizione. Ed anche sul terreno processuale. Molti possono infatti essere gli abusi o le interpretazioni espansive che finiscono per legittimare l’omicidio, sia sul piano privato, sia su quello pubblico. Questa frettolosa legge neonata sta scatenando in Italia un clima da Far West e di paura anche per gli innocenti, specie se stranieri. Ricordare il Vangelo: Gesù costringe Pietro a rinfoderare la spada. Soluzioni militari e giustizia privata sono derive anti-evangeliche. Al valore assoluto della pace va orientata la politica estera, e dunque le attività delle commissioni parlamentari. Ma non si costruisce la pace, ed una vera lotta alla violenza, al terrorismo, agli opposti fondamentalismi, se non si lotta la povertà, se non si lavora, nella politica estera e nel commercio con l’estero, al riequilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri, e per la eliminazione di sacche scandalose di morte, di fame, di descolarizzazione, di sfruttamento delle materie prime (come in Africa, in Congo in particolare) da parte di Paesi e privati occidentali, che alimentano la violenza e le guerre civili per garantirsi risorse e profitti.
E’ da questa indicazione nonviolenta della Parola di Dio – il gesto di Gesù, il rifiuto della spada offerta da Pietro, con un secco “ora basta” - che deriva, del resto, la difesa dell’intangibilità di ogni vita umana: la contrarietà dei cristiani all’aborto e la difesa della vita e della sua dignità, tutta, a tutte le età ed in tutte le condizioni, e non viceversa. Attenzione alle trappole ideologiche di chi si dice contrario all’aborto ma poi vota per gli interventi militari, per l’uso delle armi per legittima difesa (la sicurezza spetta allo Stato, altrimenti c’è il caos e la vendetta privata), accetta come male minore o addirittura come “prova di laicità” l’uso delle armi, l’addestramento ad uccidere, la guerra. Ho sentito un importante leader politico – per altro divorziato – obbedientissimo alla Chiesa in tutte le battaglie referendarie, vantare la sua “laicità” con la “disobbedienza” a Giovanni Paolo II sulla guerra in Iraq. E’ un paradosso. Vorrei chiedervi con molta umiltà e dolcezza di tener conto di questi problemi ed orizzonti etici nella prossima legislatura.

La giustizia e il populismo
Il Papa nella sua prima enciclica ha giustamente citato Sant’Agostino: un governo che non persegue la giustizia è una banda di ladri. Se il Cristo è sorgente di liberazione, di pace, di verità, di giustizia, la giustizia sociale va perseguita senza menzogna, senza difendere privilegi, senza populismo. E i poveri vanno serviti con equità non con elemosine, ed i loro interessi difesi: e il pensiero del cristiano impegnato in politica, in qualsiasi partito o coalizione sia caandidato, deve essere anzitutto rivolto alle condizioni dei poveri. Senza scelta preferenziale per i poveri non occorrono cristiani impegnati in politica. Ne consegue che ai cristiani impegnati in politica e a tutti i democratici di buona volontà va chiesto un serio impegno legislativo e politico contro il lavoro precario, contro i contratti a tempo determinato, contro gli eccessi di flessibilità, che sono all’origine di una precarietà diffusa della condizione di vita quotidiana che diventa precarietà affettiva, psicologica, familiare, sociale. Non si può essere per la famiglia e a favore del lavoro a tempo determinato e flessibile. Né si possono inserire, in buona fede, nei dati statistici che esaltano la crescita dell’occupazione, centinaia di migliaia di lavoratori che hanno contratti di lavoro a tempo di 3 mesi, 6 mesi, 9 mesi, persino 1 mese. In Italia la disoccupazione è diminuita perché vengono considerati occupati lavoratori con contratti precari anche di minima durata. Questa non è vera occupazione. Non sono i sussidi ma è l’occupazione a tempo indeterminato che aiuta la famiglia. La precarietà, la teorizzazione e la pratica della flessibilità esasperata, l’idolatria del “libero mercato”, sono politiche contro la famiglia. Il diritto alla salute e l’aumento delle pensioni minime, il controllo della crescita indiscriminata dei prezzi, sono alcuni dei crocevia pratici della giustizia sociale in Italia. La sanità pubblica va rafforzata, il diritto dei poveri ad avere le stesse chances di cura dei ricchi, la stessa assistenza, lo stesso impegno dei medici, è un valore fondamentale per un cristiano impegnato in politica. E’ la difesa della dignità, della pari dignità, di ogni persona umana, di ogni vita umana. Né si possono illudere le persone con promesse, spacconate, falso ottimismo. E non si può ignorare sistematicamente il dato reale dell’impoverimento, il numero delle persone che non arrivano alla fine del mese, il numero dei pensionati dignitosi e di ceto medio impoverito che vanno alla chiusura dei mercati a prendere dai banchi gli avanzi della verdura e della frutta destinati all’immondizia. Significa offendere, calpestare, la dignità della persona umana.

L’eguaglianza è un valore. Le diseguaglianze un male. In Italia sette milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà sono uno scandalo inaccettabile. La libertà di creare attività ed impresa, il merito, i talenti, la diversità di ruoli e mansioni, non sono assolutamente in contrasto con l’eguaglianza. Come giustamente hanno scritto un liberale come Michael Walzer o un neo-comunitarian come Christopher Lash, l’eccesso di ricchezza – che crea disuguaglianza, che alimenta le differenze e l’ingiustizia – è un disvalore anche per la cultura e l’etica liberale, così come il monopolio, le posizioni dominanti, o la derubricazione delle pene per falso in bilancio, sono contrarie alla cultura del mercato e allo spirito della concorrenza leale che è un valore liberale.

Impegno per la legalità
La lotta contro la mafia, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la camorra, l’usura, tutte le forme di estorsione – dal pizzo alla corruzione al circuito perverso dei favori, delle consulenze e degli appalti favoriti – e l’educazione alla legalità devono essere impegni prioritari e le forze politiche devono avere il coraggio di non candidare persone inquisite.
Poi c’è il terreno dei disvalori paganizzanti, dei modelli proposti da troppi format televisivi come il “Grande Fratello”, e, in generale, dai programmi delle tv private che hanno finito per contagiare e condizionare anche la Rai. E’ su questo terreno che hanno attecchito da una parte gravi tarli di secolarismo sbrindellato e selvaggio, di vero relativismo etico pratico, e dall’altra l’anomalia tutta italiana di un pesante conflitto d’interessi. I politici che si candidano vanno richiamati a recuperare con molto coraggio e senza retorica ipocrita il terreno di un rapporto molto esigente tra etica e cariche pubbliche, tra etica e affari, tra etica e politica. Abbiamo vissuto una deriva senza precedenti di volgarità, pressappochismo, populismo demagogico neo liberista e anti-stato, primato dello spettacolo sul rigore dei comportamenti e la serietà dei programmi, della battuta sferzante sulla cultura politica. Non era mai accaduto nella storia repubblicana.
Il problema delle leggi ad personam e dell’eclissi della cultura delle regole e del senso dello Stato, non è una questione ideologica, né di linea politica. Non è una questione di destra di centro o di sinistra e neppure un totem “comunista” o di “invida sociale” come pure è stato detto.  E’ la questione italiana che tanto discredito (e preoccupazione dell’opinione pubblica liberale) internazionale europeo e occidentale ha rovesciato sul nostro Paese. E’ la questione democratica. Non si può gettare discredito sulla divisione autonomia e indipendenza dei poteri (pilastro di ogni democrazia), sulla Costituzione e repubblicana, sulla magistratura, sulla Corte Costituzionale, sul Parlamento, sull’unità nazionale, sull’opposizione (più volte è stato detto che nel caso di vittoria dell’attuale opposizione l’Italia avrebbe avuto un futuro di miseria e di morte, senza libertà); non si può elogiare chi evade le tasse o lasciarsi scappare che “con la mafia bisogna pur fare i conti”, o rovesciare tutte le colpe della crisi economica su chi ha governato prima e ancor peggio sulla scelta strategica dell’euro che ci ha salvato dal disastro, e poi pensare che non si è minata in profondità la tenuta della democrazia italiana.
Ai candidati va dunque chiesto un sussulto di responsabilità, di rigore, di senso profondo del pluralismo, delle ragioni degli altri, di equilibrio, di pazienza, di serenità nei rapporti maggioranza e opposizione, di rispetto tra le diverse autorità dello Stato, e di rispetto rigoroso della libertà di stampa e del pluralismo dell’informazione, dell’autonomia e indipendenza dei giornalisti e dei comici (si siamo arrivati anche a questo!) e dei magistrati. Il rispetto delle competenze tecniche, scientifiche, culturali, la rinuncia a riscrivere ideologicamente la storia o a relativizzare i valori fondanti della democrazia italiana e della democrazia e della storia comune europea ed occidentale (ad esempio, ma non solo, l’antifascismo, la lotta al razzismo e all’antisemitismo, quel minimo di stato sociale che è stata la grande invenzione europea di civiltà e solidarietà).

Accoglienza e dialogo
Accogliere lo straniero, curare il povero, liberare il prigioniero, accogliere l’orfano e la vedova, il rifugiato e l’affamato, sono nel Dna dei cristiani dalla fondazione del cristianesimo. La Chiesa è meticcia dalla sua nascita. Ed il meticciato è la sua ricchezza: di scuole teologiche, di scuole di spiritualità, di tradizioni, dall’Oriente – dove è nata ed è cresciuta: dalla Palestina al Libano, alla Siria, All’Egitto, all’Etiopia, all’Asia Minore attuale Turchia, all’attuale Iraq, alla Persia, all’India, ai Balani, – all’Occidente, al Sud del mondo dove attualmente vive la maggioranza dei cattolici e dei cristiani. L’accoglienza non può essere emotiva e pasticciona. Deve avere le sue regole, ma le frontiere chiuse manu militari, non appartengono all’orizzonte umano,culturale, spirituale, cristiano. E tanto meno i rifiuti etnici. Noi apparteniamo ad una sola, comune, etnia, secondo il Vangelo: il genere umano. Dunque si all’accoglienza, si al pluralismo delle culture e al dialogo interreligioso, no agli opposti fondamentalismi, ad odi pregiudizi e discriminazioni (questo vale, ad esempio, anche per la condizione femminile in comunità di immigrazione che non ne rispettino i diritti). Regole eguali per tutti, eguali diritti ma uguali doveri. Incontro e non scontro. Rispetto reciproco delle diversità, delle differenze, che vanno considerate arricchimento reciproco e arricchimento nazionale ed europeo. Non è forse avvenuto così con precedenti flussi migratori di “immigrati extracomunitari” come i Longobardi o i Visigoti, o i Normanni? Civiltà e stupendi monumenti italiani e contributi alla formazione della nostra identità nazionale non sono venuti da stranieri “invasori” come i Longobardi e i Normanni?
Ricordare ai candidati e ai politici che si presentano agli elettori, ai cristiani politicamente impegnati ed ai sinceri democratici di buona volontà, che gli italiani detengono ancora il record mondiale dell’emigrazione (spesso altrettanto dolorosa, precaria, respinta e rifiutata) nel mondo.
Ecco cosa vorrei chiedere ai politici che affrontano le elezioni. A quelli che voterò e a quelli per cui non voterò. Ricordando loro quanto ho sentito nella liturgia della Parola di domenica 29 gennaio 2006: “Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire”. In altre parole: guai a chi si riempie la bocca di richiami ai “valori cristiani” e ne fa un uso strumentale (“istrumentum regni”), come capitò all’Action Française, o peggio ideologico o identitario. Cioè pagano. Guai a chi si riempie la bocca di valori. L’Italia attraversa un crisi reale di produttività e di capacità di competere sui mercati mondiali e dunque ha di fronte spettri oscuri di recessione e impoverimento drammatico non solo dei ceti poveri ma anche dei ceti medi. Il clima di odio, di prepotenza mediatica, di abuso della volgarità non giova a nessuno. E’ possibile recuperare semplici regole liberali dei comportamenti pubblici, ed una normale dialettica politica? E’ possibile ritrovare valori repubblicani condivisi ed astenersi dall’abuso di volgarità e demagogia?

Identità. Quale identità e quali valori?
Se i “valori” di cui tanti si riempiono la bocca, non possono che essere, per i cristiani, quelli indicati dalle Beatitudini, nel Magnificat, dalla Lettera di Giacomo, dagli Atti degli Apostoli e in Isaia 58 (“Il vero digiuno”), questi valori sono proprio il contrario della logica del mondo, del successo, del denaro, del potere, dell’arroganza: povertà, mitezza, sete e fame di giustizia, purezza di cuore, impegno per la pace, condivisione del beni, rifiuto della ricchezza, perdono, accoglienza agli orfani, alle vedove, primato del diritto e della giustizia, impegno per la liberazione dei poveri, degli oppressi, dei prigionieri, esaltazione dei poveri e degli umili ed umiliazione dei ricchi e dei potenti, la pista, la direzione, è quella fissata dai grandi santi e dai grandi testimoni cristiani. La vera ed unica identità dei cristiani è dunque l’amore. Amare i nemici, non solo i propri amici, parenti, vicini o concittadini e connazionali.
Come ha scritto fratel Charles de Foucauld, uno dei massimi maestri spirituali del Novecento, beatificato da Benedetto XVI:
“I non cristiani  possono essere nemici  di un cristiano, un cristiano è sempre tenero amico di ogni essere umano.”

E Vittorio Bachelet, che a questo principio fu sempre fedele e che è stato vittima del terrorismo, in piena guerra fredda, quando i conflitti e le contrapposizioni ideologiche e politiche erano molto forti, anche lui scrisse:
<<I CATTOLICI COMBATTONO, devono combattere il male che è l'unica cosa che possono non amare; ma non possono combattere, essere nemici, degli uomini anche quando questi sono al servizio del male, anche quando combattono la verità, la giustizia, la carità, la Chiesa. E' certamente questa una delle leggi più singolari e difficili del cattolicesimo; difendere le proprie idee e i propri diritti ma difenderli amando coloro che combattono per ideali opposti...e amare significa essere in ansia per la loro vita, avere a cuore il loro buon nome, saper pregare per loro, essere capaci di offrire in ogni momento un sorriso di pace>>.
(Vittorio Bachelet,  1947, editoriale di “Ricerca” intitolato   Amici di tutti.  In piena guerra fredda).
E nel 1955, ancora in piena guerra fredda, un latro grande maestro di generazioni di cattolici italiani, don Primo Mazzolari, nel suo celeberrimo libro Tu non uccidere, aveva scritto:
Se gli altri  odiano non è una buona ragione perché odiamo anche noi. Un cristiano deve fare la pace anche quando venissero meno le ragioni della pace.
E a proposito di dialogo, incontro, fraternità, accoglienza, il beato Carlo de Foucauld, uomo del dialogo con i musulmani, aveva scritto:
“Essere caritatevoli, miti, umili, con tutti gli uomini. È questo che abbiamo imparato da Gesù. Non essere militanti con nessuno: Gesù ci ha insegnato ad andare «come agnelli in mezzo ai lupi», non a parlare con asprezza, con rudezza, a ingiuriare, a prendere le armi. Farsi tutto a tutti per darli tutti a Gesù, avendo con tutti bontà e affetto fraterni, prestando tutti i servizi possibili, prendendo con loro affettuoso contatto, essendo fratelli amabili con tutti, per condurre poco a poco le anime a Gesù praticando la mitezza di Gesù”.
(Charles de Foucauld)

La povertà
L’altra identità, quella visibile, dei cristiani è la povertà: Ancora la parola a Charles de Foucauld.
“Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro ha vissuto col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava in compagnia dei piccoli, dei poveri, degli operai, il servo non deve stare insieme ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare per un grande personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non deve essere lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo non deve essere ben vestito, ben nutrito, ben alloggiato; il Maestro ha lavorato, s’è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il servo non deve apparire grande.
... non vergogniamoci di essere umili, abietti, poveri, di lavorare, pregare, di essere inutili agli occhi del mondo... Apparteniamo completamente a Gesù e facciamo tutto ciò che a lui piace senz’alcun timore delle accuse degli altri”.
“… le ricchezze non soltanto sono un bagaglio ingombrante, ma sono anche un pericolo: esse difficilmente sono compatibili col perfetto amore di Dio, di Gesù, perché sono diametralmente opposte all’imitazione di Gesù; esse sono difficilmente compatibili col perfetto amore del prossimo perché ciò che si conserva per sé non lo si dà agli altri, e non si ama il prossimo “come se stesso” quando si tengono le ricchezze per sé e si lascia il fratello morire di fame, quando non si divide quel che si ha con coloro che soffrono privazioni... E il giorno in cui si fa a mezzo coi miseri si diventa in un istante poveri noi stessi. Amare gli altri come se stessi è in genere sinonimo di dividere i propri beni con i poveri, di spogliarsi per dare loro quel che ad essi manca… Infine la conservazione dei beni terrestri è poco compatibile con il raccoglimento, con l’umiltà, col distacco spirituale, con la pace («quando si hanno beni», dice san Francesco, «ci vogliono armi per difenderli»)”.
 
Gli stili di vita dei politici cristiani
“Se uno cambia ritmo alla propria vita perché è arrivato a Montecitorio o a Palazzo Madama, se si lascia prendere dalla convenienza di un maggior agio personale o familiare, egli è già giudicato. Non si può prendere prima d’aver dato: non si può mai prendere quando i poveri non hanno. Capitemi: non si fa una questione di onestà, ma di magnificenza cristiana: un voto regale di povertà, per meno indegnamente rappresentare i poveri e per farci perdonare se non li possiamo aiutare come vorremmo e come essi avrebbero diritto. La politica così prende quota verso la vera spiritualità, che non è data soltanto dal professare un credo spirituale, ma soprattutto dal rimanere fedeli allo spirito di povertà, introduzione al regno di Dio. Cristo non ha fatto ricco nessuno, è rimasto povero col povero, la maniera più sicura per dire al povero che gli vogliamo bene. La magnanimità cristiana è una virtù cristiana, lo splendore della nostra fede, spesso offuscata da un fariseismo che non crede, da un clericalismo che non ama. Piccoli, mai: ingenui, anche sorpresi dalla furberia avversaria, se volete, mai sciocchi, mai sul piano del compromesso che mortifica la verità. Sempre dare: mendicare mai. Dovete dar vita a un nuovo costume politico, aprire la nuova tradizione. Chi ha ricevuto molto deve dare molto. Guai ai rigattieri dello Spirito”. ( Primo Mazzolari)
 
Laicità
E a proposito di laicità il nostro maestro è proprio il Cristo. Non solo per la sua famosa frase sul “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, ma anche per la sua costante battaglia contro gli scribi e i sacerdoti, per il suo rifiuto di giudicare l’adultera ed, anzi, per il suo comandamento a non giudicare. E’ proprio dal Nuovo Testamento, dalla Parola, e quindi dai grandi maestri e testimoni, da san Tommaso ai più recenti del Novecento, che ci viene la lezione e l’impegno alla laicità, al rifiuto del clericalismo, all’autonomia ed al pluralismo delle scelte politiche.


I nostri maestri hanno già detto tutto, il continuo dibattere su identità, valori, integralismo, laicità, era già stato affrontato e risolto con chiarezza da don Luigi Sturzo 100 anni fa’. Da Eligio Cacciaguerra, 100 anni fa’, 92 anni fa’, 90 anni fa. Da Emmanuel Mounier 60 anni fa’, da Giuseppe Lazzati 59 anni fa’. Da don Mazzolari (47 anni fa’), da Carlo Carretto (54 anni fa’e 32 anni fa’, da Thomas Merton 44 anni fa’ e dal Concilio poco più di 40 anni fa’). Vale la pena di ricordare questa lezione e fare tesoro di citazioni di esemplare chiarezza. 

Ora io stimo - disse Sturzo a Caltagirone - che sia giunto il momento  (tardi forse all’uomo, ma non mai tardi per l’inizio di esso) che i cattolici,  staccandosi da una concezione pura clericale, che del passato storico formava  un’insegna di vita e del presente una posizione antagonista di lotta [...] si mettano  al paro degli altri partiti della vita nazionale, non come unici depositari della  religione o come armata permanente delle autorità religiose che scendono in guerra  guerreggiata, ma come rappresentanti di una tendenza "popolare nazionale" nello  sviluppo del vivere civile, che vuolsi impegnato, animato da quei principi morali e  sociali che derivano dalla civiltà cristiana, come informatrice perenne e dinamica della  coscienza privata e pubblica (Dal discorso di Caltagirone, 29 dicembre 1905).


La realtà più profonda della vita è la realtà religiosa e il  problema che assilla le associazioni fondate da cattolici e spesso verniciate di  cattolicismo è spesso un problema religioso, è il problema del come essere liberi pur  rimanendo obbedienti. E’ il problema del come le associazioni possano rimaner  cristiane o cattoliche senza le dande dell’assistente ecclesiastico quando questi sia  intransigente, gretto e reazionario, del come il deputato cattolico possa conservare il  collegio senza la propaganda politica fatta dai parroci e dai sacerdoti, del come cioè  una democrazia vera e autentica possa attuarsi e vivere in armonia colla più integra e  sana tradizione cattolica” (Eligio Cacciaguerra, Socialcristiani o democratici  cristiani?, "L’Azione", 12 aprile 1914).

L’attività politica e l’attività religiosa sono e debbono  essere distinte e gli uomini e le associazioni che vi attendono procedono autonome nel  loro campo, ma il principio che anima le due attività per noi è sempre quello, il fine  spirituale della vita, il bene integro e pieno della società umana. La Chiesa e il clero  devono essere estranei alle competizioni di parte e alle lotte per la conquista del  potere, ma dovunque c’è una ingiustizia evidente da riparare, dove il senso del  dovere cristiano è offeso e calpestato, quivi anch’essi, e specialmente essi, non  possono tacere senza mostrare d’aver dimenticato di non avere quella fame e sete di  giustizia che Gesù Cristo predicò ai suoi seguaci (Eligio Cacciaguerra, Cristianesimo  e democrazia, 15 dicembre 1906)

Al congresso di Imola della Lega nazionale del 1910, Cacciaguerra aveva detto:
La mia fede religiosa è questa: cattolica romana. Io credo in Dio ed  in Cristo... Io sto con lo spirito e la tradizione viva della Chiesa romana... nel campo  dell’autonomia politica sociale io sono disposto a subire anche la scomunica, senza  accettarla; ma anche messo fuori io mi considererò e mi comporterò come fossi dentro, da  cristiano cattolico ipprensibile. E aspetterò con calma e carità l’ora della  giustizia di Dio.

E il 26 gennaio 1928, alla vigilia ormai del concordato, da un esilio difficile e vissuto in miseria, abbandonato da tutti e soprattutto dai cattolici, Giuseppe Donati, in una lettera a Luigi Sturzo così scolpiva, come Cacciaguerra, una volta per tutte, la sua e la nostra fedeltà sofferta e adulta:
“Eppoi caro don Luigi, tutti noi, benché ridotti dal fascismo  all’estremo in cui ci troviamo e benché poco sorretti e compresi dal Vaticano, il  giorno in cui ci fosse da difendere le cose care e sacre a cui il Vaticano stesso è  connesso, ci faremmo ancora scannare per il Papa, per la Chiesa, per la Chiesa della  nostra piccola patria, nella quale hanno creduto i nostri vivi e i nostri morti. E allora?  Allora non ci rimane che sopportare e sopportare ancora, finché la tempesta passi, come  dei soldati che non rinnegano la loro bandiera, anche se sanno che i loro generali sono  degli imbecilli e dei traditori”. (Giuseppe Donati)

“la teologia non detta la strategia politica o militare e identificare una particolare politica con la morale cristiana pura e semplice è disonestà e opportunismo”
(Thomas Merton, diario, 1962)

È in gioco l’unità indissolubile del matrimonio o il rispetto per chi non ha la fede? Io in coscienza non ho dubbi in proposito. Nessuno di noi cristiani può mettere in dubbio le parole stesse di Gesù: «Non divida l’uomo ciò che Dio ha unito», ma queste parole non possono essere usate con una legge civile verso coloro che non credono alla risurrezione di Cristo e che appartengono a una società laica.
(Carlo Carretto Lettera alla “Stampa” di Torino, primavera1974)

La società ha tutti i diritti di imporre con sistemi adeguati la divisione delle ricchezze, le uguaglianze sociali e la partecipazione di tutti ai beni comuni e alla cosa pubblica. Ciò che non può imporre sono gli assoluti cioè gli spazi fondamentali in cui l’uomo vive come mistero. Tali spazi Gesù li ha riassunti nelle beatitudini e le beatitudini non possono essere imposte da nessuno. Io posso essere entusiasta di una Chiesa dove ogni uomo ha la sua moglie e solo quella, dove non esistono divorzi e tutto fila nell’ordine, ma... non posso imporlo con una legge civile su un piano religioso. E se mi appello alla legge civile lo faccio da cittadino che rispetta la molteplicità delle culture e la realtà delle autentiche difficoltà della storia del vivere umano ancora non permeato dal Vangelo. E soprattutto per lasciar liberi tutti non cerco di imporre le mie idee religiose con la forza del numero a chi si appella ad altre culture o che ha la sventura di non avere la fede.
(Carlo Carretto, 1974)

Del resto molti anni prima, già nel 1952, ancora presidente della GIAC, scriveva:
C’è proprio un tipo di semicattolico fascista o di fascista cattolico: è l’opportunista, l’uomo che sogna per ogni problema l’intervento dello Stato, compresi i problemi religiosi. Si sta così bene dietro l’ombra delle baionette, egli dice: la Chiesa difesa dalla forza pubblica, e la religione rispettata per gli interventi autoritari. Sono inguaribili e non hanno mai capito il valore della libertà.
(Carlo Carretto)
La difesa dell’autonomia delle scelte politiche dei laici cristiani è intransigente. Nel suo intervento del 1946, «Agonia del cristianesimo?», che apre il libro Feu la Chretiènté, alla vigilia del referendum istituzionale francese, Mounier scrive:
“Quando il Cristo ha detto «il mio Regno non è di questo mondo», non ci ha detto che noi non siamo di questo mondo, ma che il suo messaggio non era direttamente destinato alla felice sistemazione di questo mondo. A questa sistemazione, noi dobbiamo lavorare in presa diretta con le difficoltà dell’ora, e non avvilire la trascendenza cristiana in alcune sistemazioni zoppicanti, ridicole di fronte al mondo e di fronte a Dio”.
                E più in là precisa ancora:
“La risposta a un referendum politico non può essere in nessun modo dedotta dalla nostra comune fede cristiana. Per questa stessa ragione, e qualunque sia la consegna data, è un’intollerabile intimidazione spirituale, su un problema dove gli spiriti migliori si trovano su posizioni opposte, voler obbligare i cristiani, in nome del cristianesimo, a votare qui o là”.
E spiega:
“Noi non contestiamo che un cristiano debba interrogarsi sull’incidenza delle strutture politiche nello statuto spirituale di una società, noi non chiediamo a nostra volta, che come cristiano si voti sì piuttosto che no. Noi diciamo solamente che nulla è più ambiguo, fragile e contestabile che le deduzioni politiche tratte da principi cristiani”.  (Emmanuel  Mounier)

«Quando lavoro a modellare la creta, faccio opera che appartiene al piano naturale, anche se attraverso di essa raggiungo il fine soprannaturale, né questo modifica il valore dell’atto che compio. L’aver presente questo è essenziale a evitare la pericolosa posizione che talora riscontriamo in uomini malati di soprannaturalismo, i quali credono che basti essere un buon cristiano per essere capaci di risolvere ogni problema; il che, mentre non è vero, porta con sé la disastrosa conseguenza che una simile mentalità genera ed è quella di dare uomini incapaci, sul piano umano, per quelle realizzazioni che esigono sicuro possesso delle singole tecniche. Prendere una persona eccellente per il titolo della sua vita cristiana e porla per questo là dove è esigita una capacità tecnica dalla persona non posseduta, con la convinzione che il primo titolo valga a colmare la deficienza del secondo, è un errore le cui conseguenze subito si rivelano». Dunque la Chiesa «in quanto gerarchia» non deve dare indicazioni concrete sulle «singole mete che l’azione politica deve di volta in volta proporsi». Conclusione? Tra i cattolici «non l’unione viene a essere di regola ma la diversità. Io non saprei – spiega Lazzati, il più maritainiano dei dossettiani – certo meglio dire che con le parole di Maritain nei sui articoli nella Struttura dell’azione: “Quando l’obiettivo di tale azione è la vita terrena degli uomini, quando concerne obiettivi terreni, tale o tal altro ideale del bene comune terreno e le vie e i mezzi per realizzarlo, è normale che si spezzi una unanimità il cui centro è d’ordine sovrannaturale e che i cristiani che comunicano alla stessa mensa si trovino divisi nella città. Sarebbe contrario alla natura delle cose, e dunque molto pericoloso, reclamare su questo piano una unione dei cattolici che potrebbe essere solo artificiale e ottenuta, sia con una materializzazione politica delle energie religiose (il che si è visto troppo spesso con i partiti politici quali il centro tedesco), sia con un indebolimento delle energie sociali e politiche del cristiano e una specie di fuga nei principi generali”».
(Giuseppe Lazzati, “Azione Cattolica e azione politica”, Cronache Sociali, luglio1948)

<<La forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani>> (Gaudium et Spes, costituzione Conciliare, paragrafo 42, documenti del Concilio Vaticano II).

Con umiltà e persino con dolcezza, vorrei chiedere di tener presenti queste modeste e antiche piccole cose ai politici che si preparano a candidarsi e domani a governare al Paese, e soprattutto agli elettori credenti. Non vi fate abbindolare con gli specchietti per le allodole, non fate i polli, e rispondete a tono, con gentilezza, cortesia, amicizia, tolleranza, ai teo-con, agli atei devoti, e a chi, anche in buonafede, utilizza generici riferimenti al cristianesimo per fare campagna elettorale, o per difendere un confine di civiltà che è una blasfema riduzione del cristianesimo a civiltà, appunto, cioè a deposito culturale temporale.

Con amicizia

Paolo Giuntella

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