L’altro giorno ho sentito un signore confidare al giornalaio: “insomma la mia
ultima speranza è che alla fine la gente si ricordi che nel segreto dell’urna
Dio ti vede Prodi no”. Devo dire che questo paragone tra Prodi e Stalin mi ha
veramente addolorato e scandalizzato. Era un signore che usciva dalla messa domenicale
e che è rimasto incredulo quando io gli ho semplicemente detto che comunque Prodi
era da sempre un cattolico praticante. Ma questo signore, piuttosto colto, ha
replicato che “Cristo era liberale”anzi “il primo dei liberali della storia” (come
altri, in altri tempi, dicevano che era il “primo socialista della storia”) e
non un “comunista”. Inutile la discussione, tanto era convinto che in Italia ci
siano anche i comunisti e che i peggiori tra i comunisti sono quelli che hanno
“ucciso” (testuale) De Gasperi, facendolo morire di dolore, i “cattocomunisti”…
Inutilmente ho cercato di convincerlo al contrario che mi sento un “cattolico
liberale”, secondo la scuola di Jemolo, di Scoppola, appunto, e che non sono mai
stato comunista come invece lo sono stati molti esponenti di Forza Italia e teocon
quando andava di moda: Adornato, Bondi, Ferrara, ed altri neocon alla Ruggero
Guarini…Questo episodio (ed altri ancora, l’appello di Pera) mi ha spinto a scrivere
questa lettera ai candidati “nominati” già deputati e senatori dai compilatori
delle liste secondo la nuova legge elettorale, ed anche a quel 5% in bilico a
secondo dei risultati. E, come dire, “per conoscenza” anche a laici cristiani
e preti. Richieste e proposte, perché i “valori” non siano soltanto uno specchietto
(“ideologico”) per le allodole e soprattutto per polli. E una piccola serie di
utili citazioni di nostri antenati su identità, laicità, dialogo.
Caro candidato e per conoscenza cari amici parroci, laici cristiani,
vorrei sottoporvi una serie di impegni che, a mio avviso molto umile e assolutamente
tollerante – è possibile anche mi sbagli – di cittadino elettore e cristiano di
strada, un po’ ingenuo, e forse all’antica, stanno a cuore. Insomma un promemoria
per voi candidati e per noi elettori.
Difesa della vita
Il primo valore al quale bisogna richiamare i candidati e, più in generale i
cristiani impegnati in politica e tutti i sinceri democratici di buona volontà
anche non credenti, è la difesa della vita, dunque è la pace.
Giustamente il presidente Scalfaro, il 24 gennaio all’aula magna dell’Università
di Roma gremita di studenti, ha detto che “la guerra è il male assoluto”. Perché
“distrugge la persona umana”. “Bombardare la popolazione civile inerme non è forse
un atto di terrorismo?”. Dunque la pace è il problema numero uno, il primo valore
da richiamare.
Di qui alcune conseguenze pratiche. Il ritiro delle forze armate italiane dall’Iraq.
Una più decente legislazione sul commercio delle armi e contro il traffico delle
armi che è, purtroppo, il primo biglietto da visita dei paesi occidentali (e dell’Italia)
nei paesi poveri e in Africa in particolare. Il ripudio della legge approvata
in zona Cesarini (cioè elettorale, all’ultimo momento) dal parlamento sull’uso
delle armi in caso di legittima difesa. Come sappiamo e come ricorda sempre il
presidente Scalfaro è un concetto morale ed ancor più giuridico di difficilissima
definizione. Ed anche sul terreno processuale. Molti possono infatti essere gli
abusi o le interpretazioni espansive che finiscono per legittimare l’omicidio,
sia sul piano privato, sia su quello pubblico. Questa frettolosa legge neonata
sta scatenando in Italia un clima da Far West e di paura anche per gli innocenti,
specie se stranieri. Ricordare il Vangelo: Gesù costringe Pietro a rinfoderare
la spada. Soluzioni militari e giustizia privata sono derive anti-evangeliche.
Al valore assoluto della pace va orientata la politica estera, e dunque le attività
delle commissioni parlamentari. Ma non si costruisce la pace, ed una vera lotta
alla violenza, al terrorismo, agli opposti fondamentalismi, se non si lotta la
povertà, se non si lavora, nella politica estera e nel commercio con l’estero,
al riequilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri, e per la eliminazione di sacche
scandalose di morte, di fame, di descolarizzazione, di sfruttamento delle materie
prime (come in Africa, in Congo in particolare) da parte di Paesi e privati occidentali,
che alimentano la violenza e le guerre civili per garantirsi risorse e profitti.
E’ da questa indicazione nonviolenta della Parola di Dio – il gesto di Gesù,
il rifiuto della spada offerta da Pietro, con un secco “ora basta” - che deriva,
del resto, la difesa dell’intangibilità di ogni vita umana: la contrarietà dei
cristiani all’aborto e la difesa della vita e della sua dignità, tutta, a tutte
le età ed in tutte le condizioni, e non viceversa. Attenzione alle trappole ideologiche
di chi si dice contrario all’aborto ma poi vota per gli interventi militari, per
l’uso delle armi per legittima difesa (la sicurezza spetta allo Stato, altrimenti
c’è il caos e la vendetta privata), accetta come male minore o addirittura come
“prova di laicità” l’uso delle armi, l’addestramento ad uccidere, la guerra. Ho
sentito un importante leader politico – per altro divorziato – obbedientissimo
alla Chiesa in tutte le battaglie referendarie, vantare la sua “laicità” con la
“disobbedienza” a Giovanni Paolo II sulla guerra in Iraq. E’ un paradosso. Vorrei
chiedervi con molta umiltà e dolcezza di tener conto di questi problemi ed orizzonti
etici nella prossima legislatura.
La giustizia e il populismo
Il Papa nella sua prima enciclica ha giustamente citato Sant’Agostino: un governo
che non persegue la giustizia è una banda di ladri. Se il Cristo è sorgente di
liberazione, di pace, di verità, di giustizia, la giustizia sociale va perseguita
senza menzogna, senza difendere privilegi, senza populismo. E i poveri vanno serviti
con equità non con elemosine, ed i loro interessi difesi: e il pensiero del cristiano
impegnato in politica, in qualsiasi partito o coalizione sia caandidato, deve
essere anzitutto rivolto alle condizioni dei poveri. Senza scelta preferenziale
per i poveri non occorrono cristiani impegnati in politica. Ne consegue che ai
cristiani impegnati in politica e a tutti i democratici di buona volontà va chiesto
un serio impegno legislativo e politico contro il lavoro precario, contro i contratti
a tempo determinato, contro gli eccessi di flessibilità, che sono all’origine
di una precarietà diffusa della condizione di vita quotidiana che diventa precarietà
affettiva, psicologica, familiare, sociale. Non si può essere per la famiglia
e a favore del lavoro a tempo determinato e flessibile. Né si possono inserire,
in buona fede, nei dati statistici che esaltano la crescita dell’occupazione,
centinaia di migliaia di lavoratori che hanno contratti di lavoro a tempo di 3
mesi, 6 mesi, 9 mesi, persino 1 mese. In Italia la disoccupazione è diminuita
perché vengono considerati occupati lavoratori con contratti precari anche di
minima durata. Questa non è vera occupazione. Non sono i sussidi ma è l’occupazione
a tempo indeterminato che aiuta la famiglia. La precarietà, la teorizzazione e
la pratica della flessibilità esasperata, l’idolatria del “libero mercato”, sono
politiche contro la famiglia. Il diritto alla salute e l’aumento delle pensioni
minime, il controllo della crescita indiscriminata dei prezzi, sono alcuni dei
crocevia pratici della giustizia sociale in Italia. La sanità pubblica va rafforzata,
il diritto dei poveri ad avere le stesse chances di cura dei ricchi, la stessa
assistenza, lo stesso impegno dei medici, è un valore fondamentale per un cristiano
impegnato in politica. E’ la difesa della dignità, della pari dignità, di ogni
persona umana, di ogni vita umana. Né si possono illudere le persone con promesse,
spacconate, falso ottimismo. E non si può ignorare sistematicamente il dato reale
dell’impoverimento, il numero delle persone che non arrivano alla fine del mese,
il numero dei pensionati dignitosi e di ceto medio impoverito che vanno alla chiusura
dei mercati a prendere dai banchi gli avanzi della verdura e della frutta destinati
all’immondizia. Significa offendere, calpestare, la dignità della persona umana.
L’eguaglianza è un valore. Le diseguaglianze un male. In Italia sette milioni
di persone che vivono sotto la soglia di povertà sono uno scandalo inaccettabile.
La libertà di creare attività ed impresa, il merito, i talenti, la diversità di
ruoli e mansioni, non sono assolutamente in contrasto con l’eguaglianza. Come
giustamente hanno scritto un liberale come Michael Walzer o un neo-comunitarian
come Christopher Lash, l’eccesso di ricchezza – che crea disuguaglianza, che alimenta
le differenze e l’ingiustizia – è un disvalore anche per la cultura e l’etica
liberale, così come il monopolio, le posizioni dominanti, o la derubricazione
delle pene per falso in bilancio, sono contrarie alla cultura del mercato e allo
spirito della concorrenza leale che è un valore liberale.
Impegno per la legalità
La lotta contro la mafia, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la camorra,
l’usura, tutte le forme di estorsione – dal pizzo alla corruzione al circuito
perverso dei favori, delle consulenze e degli appalti favoriti – e l’educazione
alla legalità devono essere impegni prioritari e le forze politiche devono avere
il coraggio di non candidare persone inquisite.
Poi c’è il terreno dei disvalori paganizzanti, dei modelli proposti da troppi
format televisivi come il “Grande Fratello”, e, in generale, dai programmi delle
tv private che hanno finito per contagiare e condizionare anche la Rai. E’ su
questo terreno che hanno attecchito da una parte gravi tarli di secolarismo sbrindellato
e selvaggio, di vero relativismo etico pratico, e dall’altra l’anomalia tutta
italiana di un pesante conflitto d’interessi. I politici che si candidano vanno
richiamati a recuperare con molto coraggio e senza retorica ipocrita il terreno
di un rapporto molto esigente tra etica e cariche pubbliche, tra etica e affari,
tra etica e politica. Abbiamo vissuto una deriva senza precedenti di volgarità,
pressappochismo, populismo demagogico neo liberista e anti-stato, primato dello
spettacolo sul rigore dei comportamenti e la serietà dei programmi, della battuta
sferzante sulla cultura politica. Non era mai accaduto nella storia repubblicana.
Il problema delle leggi ad personam e dell’eclissi della cultura delle regole
e del senso dello Stato, non è una questione ideologica, né di linea politica.
Non è una questione di destra di centro o di sinistra e neppure un totem “comunista”
o di “invida sociale” come pure è stato detto. E’ la questione italiana che tanto
discredito (e preoccupazione dell’opinione pubblica liberale) internazionale europeo
e occidentale ha rovesciato sul nostro Paese. E’ la questione democratica. Non
si può gettare discredito sulla divisione autonomia e indipendenza dei poteri
(pilastro di ogni democrazia), sulla Costituzione e repubblicana, sulla magistratura,
sulla Corte Costituzionale, sul Parlamento, sull’unità nazionale, sull’opposizione
(più volte è stato detto che nel caso di vittoria dell’attuale opposizione l’Italia
avrebbe avuto un futuro di miseria e di morte, senza libertà); non si può elogiare
chi evade le tasse o lasciarsi scappare che “con la mafia bisogna pur fare i conti”,
o rovesciare tutte le colpe della crisi economica su chi ha governato prima e
ancor peggio sulla scelta strategica dell’euro che ci ha salvato dal disastro,
e poi pensare che non si è minata in profondità la tenuta della democrazia italiana.
Ai candidati va dunque chiesto un sussulto di responsabilità, di rigore, di senso
profondo del pluralismo, delle ragioni degli altri, di equilibrio, di pazienza,
di serenità nei rapporti maggioranza e opposizione, di rispetto tra le diverse
autorità dello Stato, e di rispetto rigoroso della libertà di stampa e del pluralismo
dell’informazione, dell’autonomia e indipendenza dei giornalisti e dei comici
(si siamo arrivati anche a questo!) e dei magistrati. Il rispetto delle competenze
tecniche, scientifiche, culturali, la rinuncia a riscrivere ideologicamente la
storia o a relativizzare i valori fondanti della democrazia italiana e della democrazia
e della storia comune europea ed occidentale (ad esempio, ma non solo, l’antifascismo,
la lotta al razzismo e all’antisemitismo, quel minimo di stato sociale che è stata
la grande invenzione europea di civiltà e solidarietà).
Accoglienza e dialogo
Accogliere lo straniero, curare il povero, liberare il prigioniero, accogliere
l’orfano e la vedova, il rifugiato e l’affamato, sono nel Dna dei cristiani dalla
fondazione del cristianesimo. La Chiesa è meticcia dalla sua nascita. Ed il meticciato
è la sua ricchezza: di scuole teologiche, di scuole di spiritualità, di tradizioni,
dall’Oriente – dove è nata ed è cresciuta: dalla Palestina al Libano, alla Siria,
All’Egitto, all’Etiopia, all’Asia Minore attuale Turchia, all’attuale Iraq, alla
Persia, all’India, ai Balani, – all’Occidente, al Sud del mondo dove attualmente
vive la maggioranza dei cattolici e dei cristiani. L’accoglienza non può essere
emotiva e pasticciona. Deve avere le sue regole, ma le frontiere chiuse manu militari,
non appartengono all’orizzonte umano,culturale, spirituale, cristiano. E tanto
meno i rifiuti etnici. Noi apparteniamo ad una sola, comune, etnia, secondo il
Vangelo: il genere umano. Dunque si all’accoglienza, si al pluralismo delle culture
e al dialogo interreligioso, no agli opposti fondamentalismi, ad odi pregiudizi
e discriminazioni (questo vale, ad esempio, anche per la condizione femminile
in comunità di immigrazione che non ne rispettino i diritti). Regole eguali per
tutti, eguali diritti ma uguali doveri. Incontro e non scontro. Rispetto reciproco
delle diversità, delle differenze, che vanno considerate arricchimento reciproco
e arricchimento nazionale ed europeo. Non è forse avvenuto così con precedenti
flussi migratori di “immigrati extracomunitari” come i Longobardi o i Visigoti,
o i Normanni? Civiltà e stupendi monumenti italiani e contributi alla formazione
della nostra identità nazionale non sono venuti da stranieri “invasori” come i
Longobardi e i Normanni?
Ricordare ai candidati e ai politici che si presentano agli elettori, ai cristiani
politicamente impegnati ed ai sinceri democratici di buona volontà, che gli italiani
detengono ancora il record mondiale dell’emigrazione (spesso altrettanto dolorosa,
precaria, respinta e rifiutata) nel mondo.
Ecco cosa vorrei chiedere ai politici che affrontano le elezioni. A quelli che
voterò e a quelli per cui non voterò. Ricordando loro quanto ho sentito nella
liturgia della Parola di domenica 29 gennaio 2006: “Ma il profeta che avrà la
presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire,
o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire”. In altre parole:
guai a chi si riempie la bocca di richiami ai “valori cristiani” e ne fa un uso
strumentale (“istrumentum regni”), come capitò all’Action Française, o peggio
ideologico o identitario. Cioè pagano. Guai a chi si riempie la bocca di valori.
L’Italia attraversa un crisi reale di produttività e di capacità di competere
sui mercati mondiali e dunque ha di fronte spettri oscuri di recessione e impoverimento
drammatico non solo dei ceti poveri ma anche dei ceti medi. Il clima di odio,
di prepotenza mediatica, di abuso della volgarità non giova a nessuno. E’ possibile
recuperare semplici regole liberali dei comportamenti pubblici, ed una normale
dialettica politica? E’ possibile ritrovare valori repubblicani condivisi ed astenersi
dall’abuso di volgarità e demagogia?
Identità. Quale identità e quali valori?
Se i “valori” di cui tanti si riempiono la bocca, non possono che essere, per
i cristiani, quelli indicati dalle Beatitudini, nel Magnificat, dalla Lettera
di Giacomo, dagli Atti degli Apostoli e in Isaia 58 (“Il vero digiuno”), questi
valori sono proprio il contrario della logica del mondo, del successo, del denaro,
del potere, dell’arroganza: povertà, mitezza, sete e fame di giustizia, purezza
di cuore, impegno per la pace, condivisione del beni, rifiuto della ricchezza,
perdono, accoglienza agli orfani, alle vedove, primato del diritto e della giustizia,
impegno per la liberazione dei poveri, degli oppressi, dei prigionieri, esaltazione
dei poveri e degli umili ed umiliazione dei ricchi e dei potenti, la pista, la
direzione, è quella fissata dai grandi santi e dai grandi testimoni cristiani.
La vera ed unica identità dei cristiani è dunque l’amore. Amare i nemici, non
solo i propri amici, parenti, vicini o concittadini e connazionali.
Come ha scritto fratel Charles de Foucauld, uno dei massimi maestri spirituali
del Novecento, beatificato da Benedetto XVI:
“I non cristiani possono essere nemici di un cristiano, un cristiano è sempre
tenero amico di ogni essere umano.”
E Vittorio Bachelet, che a questo principio fu sempre fedele e che è stato vittima
del terrorismo, in piena guerra fredda, quando i conflitti e le contrapposizioni
ideologiche e politiche erano molto forti, anche lui scrisse:
<<I CATTOLICI COMBATTONO, devono combattere il male che è l'unica cosa
che possono non amare; ma non possono combattere, essere nemici, degli uomini
anche quando questi sono al servizio del male, anche quando combattono la verità,
la giustizia, la carità, la Chiesa. E' certamente questa una delle leggi più singolari
e difficili del cattolicesimo; difendere le proprie idee e i propri diritti ma
difenderli amando coloro che combattono per ideali opposti...e amare significa
essere in ansia per la loro vita, avere a cuore il loro buon nome, saper pregare
per loro, essere capaci di offrire in ogni momento un sorriso di pace>>.
(Vittorio Bachelet, 1947, editoriale di “Ricerca” intitolato Amici di tutti.
In piena guerra fredda).
E nel 1955, ancora in piena guerra fredda, un latro grande maestro di generazioni
di cattolici italiani, don Primo Mazzolari, nel suo celeberrimo libro Tu non uccidere,
aveva scritto:
Se gli altri odiano non è una buona ragione perché odiamo anche noi. Un cristiano
deve fare la pace anche quando venissero meno le ragioni della pace.
E a proposito di dialogo, incontro, fraternità, accoglienza, il beato Carlo de
Foucauld, uomo del dialogo con i musulmani, aveva scritto:
“Essere caritatevoli, miti, umili, con tutti gli uomini. È questo che abbiamo
imparato da Gesù. Non essere militanti con nessuno: Gesù ci ha insegnato ad andare
«come agnelli in mezzo ai lupi», non a parlare con asprezza, con rudezza, a ingiuriare,
a prendere le armi. Farsi tutto a tutti per darli tutti a Gesù, avendo con tutti
bontà e affetto fraterni, prestando tutti i servizi possibili, prendendo con loro
affettuoso contatto, essendo fratelli amabili con tutti, per condurre poco a poco
le anime a Gesù praticando la mitezza di Gesù”.
(Charles de Foucauld)
La povertà
L’altra identità, quella visibile, dei cristiani è la povertà: Ancora la parola
a Charles de Foucauld.
“Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il
Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro ha vissuto
col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il
Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava
in compagnia dei piccoli, dei poveri, degli operai, il servo non deve stare insieme
ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare
per un grande personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non deve essere
lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo
non deve essere ben vestito, ben nutrito, ben alloggiato; il Maestro ha lavorato,
s’è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo,
il servo non deve apparire grande.
... non vergogniamoci di essere umili, abietti, poveri, di lavorare, pregare,
di essere inutili agli occhi del mondo... Apparteniamo completamente a Gesù e
facciamo tutto ciò che a lui piace senz’alcun timore delle accuse degli altri”.
“… le ricchezze non soltanto sono un bagaglio ingombrante, ma sono anche un pericolo:
esse difficilmente sono compatibili col perfetto amore di Dio, di Gesù, perché
sono diametralmente opposte all’imitazione di Gesù; esse sono difficilmente compatibili
col perfetto amore del prossimo perché ciò che si conserva per sé non lo si dà
agli altri, e non si ama il prossimo “come se stesso” quando si tengono le ricchezze
per sé e si lascia il fratello morire di fame, quando non si divide quel che si
ha con coloro che soffrono privazioni... E il giorno in cui si fa a mezzo coi
miseri si diventa in un istante poveri noi stessi. Amare gli altri come se stessi
è in genere sinonimo di dividere i propri beni con i poveri, di spogliarsi per
dare loro quel che ad essi manca… Infine la conservazione dei beni terrestri è
poco compatibile con il raccoglimento, con l’umiltà, col distacco spirituale,
con la pace («quando si hanno beni», dice san Francesco, «ci vogliono armi per
difenderli»)”.
Gli stili di vita dei politici cristiani
“Se uno cambia ritmo alla propria vita perché è arrivato a Montecitorio o a Palazzo
Madama, se si lascia prendere dalla convenienza di un maggior agio personale o
familiare, egli è già giudicato. Non si può prendere prima d’aver dato: non si
può mai prendere quando i poveri non hanno. Capitemi: non si fa una questione
di onestà, ma di magnificenza cristiana: un voto regale di povertà, per meno indegnamente
rappresentare i poveri e per farci perdonare se non li possiamo aiutare come vorremmo
e come essi avrebbero diritto. La politica così prende quota verso la vera spiritualità,
che non è data soltanto dal professare un credo spirituale, ma soprattutto dal
rimanere fedeli allo spirito di povertà, introduzione al regno di Dio. Cristo
non ha fatto ricco nessuno, è rimasto povero col povero, la maniera più sicura
per dire al povero che gli vogliamo bene. La magnanimità cristiana è una virtù
cristiana, lo splendore della nostra fede, spesso offuscata da un fariseismo che
non crede, da un clericalismo che non ama. Piccoli, mai: ingenui, anche sorpresi
dalla furberia avversaria, se volete, mai sciocchi, mai sul piano del compromesso
che mortifica la verità. Sempre dare: mendicare mai. Dovete dar vita a un nuovo
costume politico, aprire la nuova tradizione. Chi ha ricevuto molto deve dare
molto. Guai ai rigattieri dello Spirito”. ( Primo Mazzolari)
Laicità
E a proposito di laicità il nostro maestro è proprio il Cristo. Non solo per
la sua famosa frase sul “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è
di Dio”, ma anche per la sua costante battaglia contro gli scribi e i sacerdoti,
per il suo rifiuto di giudicare l’adultera ed, anzi, per il suo comandamento a
non giudicare. E’ proprio dal Nuovo Testamento, dalla Parola, e quindi dai grandi
maestri e testimoni, da san Tommaso ai più recenti del Novecento, che ci viene
la lezione e l’impegno alla laicità, al rifiuto del clericalismo, all’autonomia
ed al pluralismo delle scelte politiche.
I nostri maestri hanno già detto tutto, il continuo dibattere su identità, valori,
integralismo, laicità, era già stato affrontato e risolto con chiarezza da don
Luigi Sturzo 100 anni fa’. Da Eligio Cacciaguerra, 100 anni fa’, 92 anni fa’,
90 anni fa. Da Emmanuel Mounier 60 anni fa’, da Giuseppe Lazzati 59 anni fa’.
Da don Mazzolari (47 anni fa’), da Carlo Carretto (54 anni fa’e 32 anni fa’, da
Thomas Merton 44 anni fa’ e dal Concilio poco più di 40 anni fa’). Vale la pena
di ricordare questa lezione e fare tesoro di citazioni di esemplare chiarezza.
Ora io stimo - disse Sturzo a Caltagirone - che sia giunto il momento (tardi
forse all’uomo, ma non mai tardi per l’inizio di esso) che i cattolici, staccandosi
da una concezione pura clericale, che del passato storico formava un’insegna
di vita e del presente una posizione antagonista di lotta [...] si mettano al
paro degli altri partiti della vita nazionale, non come unici depositari della
religione o come armata permanente delle autorità religiose che scendono in guerra
guerreggiata, ma come rappresentanti di una tendenza "popolare nazionale" nello
sviluppo del vivere civile, che vuolsi impegnato, animato da quei principi morali
e sociali che derivano dalla civiltà cristiana, come informatrice perenne e dinamica
della coscienza privata e pubblica (Dal discorso di Caltagirone, 29 dicembre
1905).
La realtà più profonda della vita è la realtà religiosa e il problema che assilla
le associazioni fondate da cattolici e spesso verniciate di cattolicismo è spesso
un problema religioso, è il problema del come essere liberi pur rimanendo obbedienti.
E’ il problema del come le associazioni possano rimaner cristiane o cattoliche
senza le dande dell’assistente ecclesiastico quando questi sia intransigente,
gretto e reazionario, del come il deputato cattolico possa conservare il collegio
senza la propaganda politica fatta dai parroci e dai sacerdoti, del come cioè
una democrazia vera e autentica possa attuarsi e vivere in armonia colla più integra
e sana tradizione cattolica” (Eligio Cacciaguerra, Socialcristiani o democratici
cristiani?, "L’Azione", 12 aprile 1914).
L’attività politica e l’attività religiosa sono e debbono essere distinte e
gli uomini e le associazioni che vi attendono procedono autonome nel loro campo,
ma il principio che anima le due attività per noi è sempre quello, il fine spirituale
della vita, il bene integro e pieno della società umana. La Chiesa e il clero
devono essere estranei alle competizioni di parte e alle lotte per la conquista
del potere, ma dovunque c’è una ingiustizia evidente da riparare, dove il senso
del dovere cristiano è offeso e calpestato, quivi anch’essi, e specialmente essi,
non possono tacere senza mostrare d’aver dimenticato di non avere quella fame
e sete di giustizia che Gesù Cristo predicò ai suoi seguaci (Eligio Cacciaguerra,
Cristianesimo e democrazia, 15 dicembre 1906)
Al congresso di Imola della Lega nazionale del 1910, Cacciaguerra aveva detto:
La mia fede religiosa è questa: cattolica romana. Io credo in Dio ed in Cristo...
Io sto con lo spirito e la tradizione viva della Chiesa romana... nel campo dell’autonomia
politica sociale io sono disposto a subire anche la scomunica, senza accettarla;
ma anche messo fuori io mi considererò e mi comporterò come fossi dentro, da
cristiano cattolico ipprensibile. E aspetterò con calma e carità l’ora della
giustizia di Dio.
E il 26 gennaio 1928, alla vigilia ormai del concordato, da un esilio difficile
e vissuto in miseria, abbandonato da tutti e soprattutto dai cattolici, Giuseppe
Donati, in una lettera a Luigi Sturzo così scolpiva, come Cacciaguerra, una volta
per tutte, la sua e la nostra fedeltà sofferta e adulta:
“Eppoi caro don Luigi, tutti noi, benché ridotti dal fascismo all’estremo in
cui ci troviamo e benché poco sorretti e compresi dal Vaticano, il giorno in
cui ci fosse da difendere le cose care e sacre a cui il Vaticano stesso è connesso,
ci faremmo ancora scannare per il Papa, per la Chiesa, per la Chiesa della nostra
piccola patria, nella quale hanno creduto i nostri vivi e i nostri morti. E allora?
Allora non ci rimane che sopportare e sopportare ancora, finché la tempesta passi,
come dei soldati che non rinnegano la loro bandiera, anche se sanno che i loro
generali sono degli imbecilli e dei traditori”. (Giuseppe Donati)
“la teologia non detta la strategia politica o militare e identificare una particolare
politica con la morale cristiana pura e semplice è disonestà e opportunismo”
(Thomas Merton, diario, 1962)
È in gioco l’unità indissolubile del matrimonio o il rispetto per chi non ha
la fede? Io in coscienza non ho dubbi in proposito. Nessuno di noi cristiani può
mettere in dubbio le parole stesse di Gesù: «Non divida l’uomo ciò che Dio ha
unito», ma queste parole non possono essere usate con una legge civile verso coloro
che non credono alla risurrezione di Cristo e che appartengono a una società laica.
(Carlo Carretto Lettera alla “Stampa” di Torino, primavera1974)
La società ha tutti i diritti di imporre con sistemi adeguati la divisione delle
ricchezze, le uguaglianze sociali e la partecipazione di tutti ai beni comuni
e alla cosa pubblica. Ciò che non può imporre sono gli assoluti cioè gli spazi
fondamentali in cui l’uomo vive come mistero. Tali spazi Gesù li ha riassunti
nelle beatitudini e le beatitudini non possono essere imposte da nessuno. Io posso
essere entusiasta di una Chiesa dove ogni uomo ha la sua moglie e solo quella,
dove non esistono divorzi e tutto fila nell’ordine, ma... non posso imporlo con
una legge civile su un piano religioso. E se mi appello alla legge civile lo faccio
da cittadino che rispetta la molteplicità delle culture e la realtà delle autentiche
difficoltà della storia del vivere umano ancora non permeato dal Vangelo. E soprattutto
per lasciar liberi tutti non cerco di imporre le mie idee religiose con la forza
del numero a chi si appella ad altre culture o che ha la sventura di non avere
la fede.
(Carlo Carretto, 1974)
Del resto molti anni prima, già nel 1952, ancora presidente della GIAC, scriveva:
C’è proprio un tipo di semicattolico fascista o di fascista cattolico: è l’opportunista,
l’uomo che sogna per ogni problema l’intervento dello Stato, compresi i problemi
religiosi. Si sta così bene dietro l’ombra delle baionette, egli dice: la Chiesa
difesa dalla forza pubblica, e la religione rispettata per gli interventi autoritari.
Sono inguaribili e non hanno mai capito il valore della libertà.
(Carlo Carretto)
La difesa dell’autonomia delle scelte politiche dei laici cristiani è intransigente.
Nel suo intervento del 1946, «Agonia del cristianesimo?», che apre il libro Feu
la Chretiènté, alla vigilia del referendum istituzionale francese, Mounier scrive:
“Quando il Cristo ha detto «il mio Regno non è di questo mondo», non ci ha detto
che noi non siamo di questo mondo, ma che il suo messaggio non era direttamente
destinato alla felice sistemazione di questo mondo. A questa sistemazione, noi
dobbiamo lavorare in presa diretta con le difficoltà dell’ora, e non avvilire
la trascendenza cristiana in alcune sistemazioni zoppicanti, ridicole di fronte
al mondo e di fronte a Dio”.
E più in là precisa ancora:
“La risposta a un referendum politico non può essere in nessun modo dedotta dalla
nostra comune fede cristiana. Per questa stessa ragione, e qualunque sia la consegna
data, è un’intollerabile intimidazione spirituale, su un problema dove gli spiriti
migliori si trovano su posizioni opposte, voler obbligare i cristiani, in nome
del cristianesimo, a votare qui o là”.
E spiega:
“Noi non contestiamo che un cristiano debba interrogarsi sull’incidenza delle
strutture politiche nello statuto spirituale di una società, noi non chiediamo
a nostra volta, che come cristiano si voti sì piuttosto che no. Noi diciamo solamente
che nulla è più ambiguo, fragile e contestabile che le deduzioni politiche tratte
da principi cristiani”. (Emmanuel Mounier)
«Quando lavoro a modellare la creta, faccio opera che appartiene al piano naturale,
anche se attraverso di essa raggiungo il fine soprannaturale, né questo modifica
il valore dell’atto che compio. L’aver presente questo è essenziale a evitare
la pericolosa posizione che talora riscontriamo in uomini malati di soprannaturalismo,
i quali credono che basti essere un buon cristiano per essere capaci di risolvere
ogni problema; il che, mentre non è vero, porta con sé la disastrosa conseguenza
che una simile mentalità genera ed è quella di dare uomini incapaci, sul piano
umano, per quelle realizzazioni che esigono sicuro possesso delle singole tecniche.
Prendere una persona eccellente per il titolo della sua vita cristiana e porla
per questo là dove è esigita una capacità tecnica dalla persona non posseduta,
con la convinzione che il primo titolo valga a colmare la deficienza del secondo,
è un errore le cui conseguenze subito si rivelano». Dunque la Chiesa «in quanto
gerarchia» non deve dare indicazioni concrete sulle «singole mete che l’azione
politica deve di volta in volta proporsi». Conclusione? Tra i cattolici «non l’unione
viene a essere di regola ma la diversità. Io non saprei – spiega Lazzati, il più
maritainiano dei dossettiani – certo meglio dire che con le parole di Maritain
nei sui articoli nella Struttura dell’azione: “Quando l’obiettivo di tale azione
è la vita terrena degli uomini, quando concerne obiettivi terreni, tale o tal
altro ideale del bene comune terreno e le vie e i mezzi per realizzarlo, è normale
che si spezzi una unanimità il cui centro è d’ordine sovrannaturale e che i cristiani
che comunicano alla stessa mensa si trovino divisi nella città. Sarebbe contrario
alla natura delle cose, e dunque molto pericoloso, reclamare su questo piano una
unione dei cattolici che potrebbe essere solo artificiale e ottenuta, sia con
una materializzazione politica delle energie religiose (il che si è visto troppo
spesso con i partiti politici quali il centro tedesco), sia con un indebolimento
delle energie sociali e politiche del cristiano e una specie di fuga nei principi
generali”».
(Giuseppe Lazzati, “Azione Cattolica e azione politica”, Cronache Sociali, luglio1948)
<<La forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea
consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche
sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani>> (Gaudium et Spes, costituzione
Conciliare, paragrafo 42, documenti del Concilio Vaticano II).
Con umiltà e persino con dolcezza, vorrei chiedere di tener presenti queste modeste
e antiche piccole cose ai politici che si preparano a candidarsi e domani a governare
al Paese, e soprattutto agli elettori credenti. Non vi fate abbindolare con gli
specchietti per le allodole, non fate i polli, e rispondete a tono, con gentilezza,
cortesia, amicizia, tolleranza, ai teo-con, agli atei devoti, e a chi, anche in
buonafede, utilizza generici riferimenti al cristianesimo per fare campagna elettorale,
o per difendere un confine di civiltà che è una blasfema riduzione del cristianesimo
a civiltà, appunto, cioè a deposito culturale temporale.
Con amicizia
Paolo Giuntella