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21-10-2004
Dialogare per la verità
autore: Lorenzo Calistri
Nella sua Apologia, Socrate dichiara che il dialogo è “il bene supremo dell’uomo”.
Egli intendeva, però, il dialogo come ricerca della verità attraverso metodi rigorosi
e interlocutori capaci. Dialogo significava per lui filosofia: ricerca sincera
e appassionata della verità. È con Socrate che, per la prima volta nella storia,
si prende coscienza dell’effettiva portata filosofica del dialogo come strumento
essenziale per la ricerca della verità.
Il dialogo nasce dalla parola: e la parola è la prima manifestazione della socialità
umana e del suo bisogno d’espansione. Mentre il grido dell’animale esprime soltanto
un’impressione soggettiva, la parola esprime un’idea universalmente valida per
tutti: è quindi il ponte gettato fra gli spiriti per unirli in comunanza di vita
e di pensiero. Ecco che, allora, il dialogo nasce tra gli uomini come una comunicazione
del pensiero al di là delle mille situazioni della vita. Il dialogo ha bisogno
di una ragione finita per mettersi all’ascolto dell’altro; non avrebbe senso la
ricerca della verità da parte di una Ragione assoluta, che sarebbe la misura assoluta
della verità. Inoltre il dialogo vive nello spirito della ricerca; e la ricerca
è un elemento costitutivo del sapere umano.
In quanto si distingue dalla conversazione, che tratta di argomenti contingenti
con metodo casuale a scopo di puro trattenimento, il dialogo non è mai fine a
stesso, ma ha di mira il raggiungimento della verità. Perché si mettono a confronto
le varie posizioni se non per giungere al punto decisivo di vedere da che parte
sta la verità? E una verità che non è né mia né tua, ma che ci sovrasta entrambi.
Ma, allora, “il possesso della verità impedisce il dialogo”? Se per “possesso
della verità” s’intende un possesso non scientificamente fondato che si sottrae
da ogni domanda di giustificazione, esso impedisce certamente il dialogo, la cui
legge essenziale, come già diceva Socrate, è “chiedere e dare ragione” di quanto
si afferma. Inoltre se con ciò si volesse intendere che il dialogo non possa svolgersi
se non nell’assoluta mancanza di qualsivoglia verità, l’affermazione è falsa.
Va detto che ogni nuovo acquisto di verità apre la via ad ulteriori ricerche,
dove il possesso di una verità non impedisce, anzi permette, la ricerca di una
nuova verità, più feconda di risultati rispetto alla precedente.
Ma, allora, “è l’assoluta pariteticità la condizione essenziale del dialogo”?
Certo, quando si entra nella situazione di dialogo, si abbandona ogni posizione
di privilegio e ci si pone sullo stesso piano e nella medesima disponibilità di
fronte alla verità, che si manifesta: si accetta che le nostre convinzioni vengano
rimesse in discussione, che ci si chieda e si dia ragione di esse. Ma ciò non
significa che il rapporto dialogico in quanto tale sia un rapporto di assoluta
pariteticità. Se ciascuno possiede la sua verità, che nessuno può contraddire
in forza di principi universali e necessari, a che scopo venire a un confronto
critico della posizioni? Altrimenti, se così fosse, che dialogo sarebbe quello
in cui ciascuno dovrebbe tornarsene con le posizioni con cui è venuto? Sant’Agostino
così affermò: “La verità è qualcosa che non puoi dire né mia né tua né di qualche
uomo, ma che in modi meravigliosi è a disposizione di tutti e che si mostra universalmente,
come un lume segreto e pubblico, a tutti coloro che scorgono la verità immutabile”.
Ecco che abbiamo messo in evidenza il vero fondamento del dialogo come ricerca
della verità: il dialogo si rivela un pluralismo in cerca dell’unità, che tende
all’unità. Si parte da posizioni diverse, ma poi si viene al confronto critico
per raggiungere quella verità che ci unisce. Nella sua pienezza e totalità la
verità trascende il singolo e richiede perciò il contributo di tutti.
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