Lo so che il titolo di questo mio contributo può apparire provocatorio. Tranquillizzatevi,
la provocazione è assolutamente cercata.
Ma è la conclusione alla quale sono giunto dopo aver riflettuto su un'affermazione
di Romano Prodi di qualche giorno fa, in occasione del suo incontro con i deputati
della Margherita quando, parlando dell'anniversario della scoperta dell'America
ha sottolineato come il viaggio di Cristoforo Colombo abbia di fatto spostato
l'asse degli interessi economici del mondo dal bacino del Mediterraneo, e quindi
dall'Italia che fino a quel momento era stata la "culla della civiltà" alle coste
atlantiche con enormi vantaggi per Spagna e Portogallo prima e Inghilterra e Francia
dopo.
Non c'è che dire, Prodi ha ragione; la storia ha avuto una svolta con la scoperta
dell'America.
Vorrei aggiungere qualcosa al suo ragionamento. Proviamo, infatti, a ripercorre
i mesi che precedono il grande viaggio del navigatore genovese. A ben vedere,
Colombo parla della sua intuizione già molto prima del 1492 e cerca finanziatori
presso molte corti o "istituzioni" italiane dell'epoca.
La risposta che riceve è più o meno la stessa: è un progetto folle, un'utopia
su cui non vale la pena investire denaro.
Ma di utopie si nutre da sempre il progresso dell'umanità. I più grandi innovatori
della storia sono stati dei sognatori.
Già perché il nostro illustre connazionale non trovando risorse in Patria va
a cercarle in Spagna dove la Regina Isabella finanzia il suo progetto.
E, alla luce dei fatti, fu un ottimo investimento.
Un'altra cosa vera è che a noi Italiani la storia insegna sempre poco, tendiamo
a dimenticare le sue sonore lezioni.
Proviamo a rileggere la vicenda in chiave moderna.
Colombo diventa un ricercatore, un bravo medico, un valente ingegnere che ha
idee che meriterebbero attenzione e non trova spazi nel "Sistema Italia".
Non riesce a portare avanti le proprie ricerche e se ne va all'estero.
Quanti Cristoforo Colombo si sono succeduti sulla scena della storia? Tanti,
troppi.
L'Italia non investe più in ricerca e sviluppo; l'ha sempre fatto poco, ancor
meno oggi.
Così succede di leggere sui giornali che nostri illustri connazionali vengano
insigniti di importanti premi come il Nobel e alte onorificenze per aver scoperto
questo o inventato quest'altro, all'estero.
Già, all'estero. Così a trarre beneficio dalle loro scoperte saranno quegli stati
o quelle aziende che hanno creduto nelle loro capacità.
Da segnalare, e la cosa rasenta il tragicomico, è che gran parte di questi nostri
connazionali hanno studiato nelle nostre scuole e nelle nostre università che,
per non so quale miracolo funzionano ancora e offrono alti livelli di preparazione,
nonostante l'idefesso impegno del Ministro Moratti teso a distruggere quel poco
che ci è rimasto (si legga: mobilitazione di docenti e ricercatori e blocco delle
lezioni, in atto in questi giorni).
Insomma sarebbe come se piantassimo un albero, lo accudissimo amorevolmente sostenendolo
quando il suo tronco è ancora tenero, lo concimassimo per farne un forte fusto
e, nel momento in cui questa bella pianta cominciasse a dare frutti, li facessimo
raccogliere e mangiare da qualcun'altro.
La situazione è altrettanto disarmante sia che si parli di ricerca pura che se
affrontiamo il tema della ricerca applicata.
Anche le nostre imprese, o meglio i nostri imprenditori, non hanno studiato la
storia di Colombo (o, se l'hanno fatto, ne hanno rimosso il prezioso insegnamento).
L'Italia è agli ultimi posti tra i Paesi Europei per investimenti in ricerca
e sviluppo. La giustificazione addotta dai più è che c'è "crisi" e quando c'è
crisi è difficile investire.
Non condivido questo giudizio; infatti se chiedessimo ad una matricola, appena
iscritta alla facoltà di Economia di una qualsiasi università, quando investire
in ricerca ci risponderebbe che è proprio nei periodi di crisi che andrebbero
fatti gli investimenti più consistenti perché i risultati di tali investimenti
si raccolgono solo dopo alcuni anni, e su quei risultati si può costruire la competitività
futura dell'impresa.
Le nostre imprese per contrastare la concorrenza di paesi emergenti hanno scelto
altre strade, più comode e meno onerose (almeno nel breve periodo). Infatti, invece di
puntare sulla qualità e sull'innovazione si ostinano ad agire sulla leva del costo
del lavoro, precarizzando una gran massa di popolazione attiva che oggi vive male
(e non consuma) e domani vivrà peggio perché non avrà avuto modo di risparmiare,
di farsi una pensione integrativa, di godere di una pensione statale decorosa
perché i contributi accumulati daranno luogo a pochi euro al mese.
I Governo deve assumersi la responsabilità di aver favorito, con la sua politica
liberista, questo approccio miope.
Dovrebbe esser chiaro a tutti che l'investimento in ricerca è sviluppo è necessario
per la nostra stessa sopravvivenza.
Oggi non ci sono più continenti da scoprire per sfruttarne le ricchezze sterminando
o riducendo in povertà le popolazioni indigene; oggi le vere americhe vanno cercate
al nostro interno, valorizzando quella grande e in gran parte sottolutillzzata
risorsa di cui siamo ricchissimi, i nostri uomini, le nostre donne, le nostre
terre, il nostro patrimonio artistico e culturale; la nostra Italia.
Mi auguro che i novelli Cristoforo Colombo viaggino ancora molto, per vedere
il mondo, scambiare conoscenze ed esperienze ma non più per fuggire alla frustrazione
che vive chi oggi si accorge che per il proprio talento da noi non c'è futuro.
Ogni "cervello" che "fugge" ci lascia più poveri, enormemente più poveri.