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22-10-2004
Cristoforo Colombo: il primo grande cervello italiano in fuga
autore: Diego Demetrio



Lo so che il titolo di questo mio contributo può apparire provocatorio. Tranquillizzatevi, la provocazione è assolutamente cercata.
Ma è la conclusione alla quale sono giunto dopo aver riflettuto su un'affermazione di Romano Prodi di qualche giorno fa, in occasione del suo incontro con i deputati della Margherita quando, parlando dell'anniversario della scoperta dell'America ha sottolineato come il viaggio di Cristoforo Colombo abbia di fatto spostato l'asse degli interessi economici del mondo dal bacino del Mediterraneo, e quindi dall'Italia che fino a quel momento era stata la "culla della civiltà" alle coste atlantiche con enormi vantaggi per Spagna e Portogallo prima e Inghilterra e Francia dopo.
Non c'è che dire, Prodi ha ragione; la storia ha avuto una svolta con la scoperta dell'America.
Vorrei aggiungere qualcosa al suo ragionamento. Proviamo, infatti, a ripercorre i mesi che precedono il grande viaggio del navigatore genovese. A ben vedere, Colombo parla della sua intuizione già molto prima del 1492 e cerca finanziatori presso molte corti o "istituzioni" italiane dell'epoca.
La risposta che riceve è più o meno la stessa: è un progetto folle, un'utopia su cui non vale la pena investire denaro.
Ma di utopie si nutre da sempre il progresso dell'umanità. I più grandi innovatori della storia sono stati dei sognatori.
Già perché il nostro illustre connazionale non trovando risorse in Patria va a cercarle in Spagna dove la Regina Isabella finanzia il suo progetto.
E, alla luce dei fatti, fu un ottimo investimento.
Un'altra cosa vera è che a noi Italiani la storia insegna sempre poco, tendiamo a dimenticare le sue sonore lezioni.
Proviamo a rileggere la vicenda in chiave moderna.
Colombo diventa un ricercatore, un bravo medico, un valente ingegnere che ha idee che meriterebbero attenzione e non trova spazi nel "Sistema Italia".
Non riesce a portare avanti le proprie ricerche e se ne va all'estero.
Quanti Cristoforo Colombo si sono succeduti sulla scena della storia? Tanti, troppi.
L'Italia non investe più  in ricerca e sviluppo; l'ha sempre fatto poco, ancor meno oggi.
Così succede di leggere sui giornali che nostri illustri connazionali vengano insigniti di importanti premi come il Nobel e alte onorificenze per aver scoperto questo o inventato quest'altro, all'estero.
Già, all'estero. Così a trarre beneficio dalle loro scoperte saranno quegli stati o quelle aziende che hanno creduto nelle loro capacità.
Da segnalare, e la cosa rasenta il tragicomico, è che gran parte di questi nostri connazionali hanno studiato nelle nostre scuole e nelle nostre università che, per non so quale miracolo funzionano ancora e offrono alti livelli di preparazione, nonostante l'idefesso impegno del Ministro Moratti teso a distruggere quel poco che ci è rimasto (si legga: mobilitazione di docenti e ricercatori e blocco delle lezioni, in atto in questi giorni).
Insomma sarebbe come se piantassimo un albero, lo accudissimo amorevolmente sostenendolo quando il suo tronco è ancora tenero, lo concimassimo per farne un forte fusto e, nel momento in cui questa bella pianta cominciasse a dare frutti, li facessimo raccogliere e mangiare da qualcun'altro.
La situazione è altrettanto disarmante sia che si parli di ricerca pura che se affrontiamo il tema della ricerca applicata.
Anche le nostre imprese, o meglio i nostri imprenditori, non hanno studiato la storia di Colombo (o, se l'hanno fatto, ne hanno rimosso il prezioso insegnamento).
L'Italia è agli ultimi posti tra i Paesi Europei per investimenti in ricerca e sviluppo. La giustificazione addotta dai più è che c'è "crisi" e quando c'è crisi è difficile investire.
Non condivido questo giudizio; infatti se chiedessimo ad una matricola, appena iscritta alla facoltà di Economia di una qualsiasi università, quando investire in ricerca ci risponderebbe che è proprio nei periodi di crisi che andrebbero fatti gli investimenti più consistenti perché i risultati di tali investimenti si raccolgono solo dopo alcuni anni, e su quei risultati si può costruire la competitività futura dell'impresa.
Le nostre imprese per contrastare la concorrenza di paesi emergenti hanno scelto altre strade, più comode e meno onerose (almeno nel breve periodo). Infatti, invece di puntare sulla qualità e sull'innovazione si ostinano ad agire sulla leva del costo del lavoro, precarizzando una gran massa di popolazione attiva che oggi vive male (e non consuma) e domani vivrà peggio perché non avrà avuto modo di risparmiare, di farsi una pensione integrativa, di godere di una pensione statale decorosa perché i contributi accumulati daranno luogo a pochi euro al mese.
I Governo deve assumersi la responsabilità di aver favorito, con la sua politica liberista, questo approccio miope.
Dovrebbe esser chiaro a tutti che l'investimento in ricerca è sviluppo è necessario per la nostra stessa sopravvivenza.
Oggi non ci sono più continenti da scoprire per sfruttarne le ricchezze sterminando o riducendo in povertà le popolazioni indigene; oggi le vere americhe vanno cercate al nostro interno, valorizzando quella grande e in gran parte sottolutillzzata risorsa di cui siamo ricchissimi, i nostri uomini, le nostre donne, le nostre terre, il nostro patrimonio artistico e culturale; la nostra Italia.
Mi auguro che i novelli Cristoforo Colombo viaggino ancora molto, per vedere il mondo, scambiare conoscenze ed esperienze ma non più per fuggire alla frustrazione che vive chi oggi si accorge che per il proprio talento da noi non c'è futuro.
Ogni "cervello" che "fugge" ci lascia più poveri, enormemente più poveri.


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