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19-12-2005
Uno schema di dialogo
Le coppie di fatto:
quali domande, quali risposte
Costituzione della Repubblica italiana, Titolo II - Articolo 29
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul
matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti
stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.
autore: Lucia Fronza Crepaz
Indice dell'articolo
pag. 1 1.LA FAMIGLIA
pag. 2 2.CHE COSA CHIEDONO LE FAMIGLIE DI FATTO?
pag. 3 3.COSA FARE OLTRE ALL’INTERVENTO LEGISLATIVO
1.LA FAMIGLIA
La famiglia è un progetto universale, una forma di relazione sociale universale,
l’unica forma di relazione che attraversa tutte le civiltà, le razze, le culture,
le classi sociali, le generazioni, le condizioni professionali, i gradi d’istruzione,
le fedi religiose, ecc. Tutti coloro che hanno pronosticato il tramonto dell’istituto
familiare (pochi, ma decisi) hanno commesso un errore che puntualmente la storia
ha poi messo in rilievo. Essa nasce come luogo di libertà, di diritti, di relazioni,
luogo vivo in cui può esprimersi alla pari la ricchezza relazionale dell’uomo
e della donna. E questa è l’esperienza di tanti di noi. Certo, la famiglia può
anche essere luogo di drammi profondi, che spesso si fanno invisibili e cronici
proprio per quella caratteristica di “privatezza” tipica della famiglia. Ma come
negare che essa rimane il luogo dove ciascuno può essere amato per se stesso e
non per quello che ha o fa, dove la diversità è vissuta come ricchezza (un padre
ed una madre coltivano le diversità dei loro figli), dove risulta possibile coltivare
il sogno della felicità (e qui le indagini ci soccorrono con numeri incredibilmente
alti, sia riguardo alla aspettativa dei giovani sia riguardo quella delle donne)?
La famiglia è un legame di reciproca appartenenza che ti dice chi sei, e che
proprio fondando la personale identità di ciascuno è possibilità di libertà per
ciascuno (è l’assenza o la fragilità dell’identità che mette a repentaglio la
libertà).
Il ruolo della famiglia nella società non può essere considerato accessorio.
Parliamo di società quando possiamo constatare che si dà una continuità rispetto
al ricambio generazionale. Ma chi forma i nuovi venuti, i nuovi membri della società,
all’integrazione nel sistema sociale? Prima ancora della scuola, prima ancora
dei mezzi culturali presenti nel sistema simbolico, è la famiglia che assolve
a questo compito. E, di volta in volta, l’ordine sociale è spesso il prodotto
della cura microscopica ma straordinariamente efficace che dentro la famiglia
si ha per i nascituri, gli adolescenti, i giovani. E la famiglia può essere un
crocevia di solidarietà in quei passaggi della vita in cui si affacciano la malattia,
l’handicap, la morte. Questa solidarietà, certamente risposta per il singolo,
molte volte – ed è sotto gli occhi di tutti – è diventata spinta ad un impegno
sociale aggregativo, democratico; alla trasformazione del bisogno in diritto,
con una cittadinanza politica. E per ultimo, mi sembra che non si può negare alla
famiglia la capacità di esorcizzare la finitezza d noi uomini e donne, cioè la
capacità di esorcizzare la morte.
Fin qui la famiglia come “società naturale”, come esperienza esistenziale che
permea in profondità i nostri vissuti quelli di ciascuno di noi.
E poi “fondata sul matrimonio” … un patto pubblico gravido di conseguenze, di
diritti e di doveri reciproci e nei confronti di altri soggetti, un patto che
(pur non indissolubile, civilisticamente parlando) è giustamente avvertito come
legame forte, che modifica profondamente gli ambiti di libertà e le prospettive
dei soggetti.
Tanto da far sorgere la domanda successiva: Cosa c’entra il diritto con la vita
di coppia?
Il diritto è “da sempre” connesso alla vita familiare. Stabilire le regole del
legame fra l’uomo e la donna, fra i loro ascendenti e discendenti, è stata una
preoccupazione costante delle civiltà.
Già nel codice di Hammurabi (4000 anni fa) si parlava di rapporti fra coniugi.
Le leggi romane delle XII Tavole, primo codice civile della storia, nascono come
esigenza di certezza del diritto e, specificamente dell’uguaglianza civile, che
aveva il suo sintomo primo nella libertà di contrarre matrimonio.
La famiglia è anche questo: terreno in cui si misura la maturità giuridica di
una comunità, attraverso una regolamentazione che rende più forti e più liberi
i legami fra le persone.
Non è strano dunque che, nel tempo della “liquidità” del sociale (per dirla con
Bauman), diventi nuovamente cruciale il tema dei rapporti fra la vita di coppia
e il diritto.
Il matrimonio è quel patto fondativo, liberamente stretto, i cui soggetti sono
l’uomo e la donna, che così creano una realtà altra da loro, una realtà che li
contiene e che nel contempo è altro da loro. Nasce una reciprocità che interpella
il diritto, ponendo in relazione la famiglia con la società e le sue istituzioni.
Così costituita, la famiglia chiede di essere “riconosciuta” (e uso volutamente
questo termine mutuandolo dalla Costituzione) come entità che arricchisce la società,
ne “incrementa il patrimonio” sociale, in molteplici modi: generando figli, e
generando tutto quanto si è detto: rapporti, solidarietà, buon vicinato, democrazia,
in fondo. Ma così costituita la famiglia si assume anche i doveri sociali conseguenti.
Per sgombrare il campo da equivoci sempre possibili, non mi sembra superfluo
precisare che per me la famiglia non è l’unità-base (il mattone) – come vuole
un certo modello gerarchico-autoritario - per la costruzione della dimensione
giuridica dello Stato, fondato sull’elementare rapporto di autorità che procede
dalla famiglia per arrivare all’ordine politico. Semmai l’espressione ciceroniana
della famiglia seminarium rei publicae la intendo come realtà che contiene in
nuce la rete di rapporti di tutta la società civile, della sua organizzazione
solidale.
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