Un sabato mattina in un piccolo e grazioso teatro di Roma, durante un incontro
organizzato da “Laboratorio della Polis” sul tema I Cattolici e la Politica, vengo
invitata alla visione del film “I 100 passi” di Marco Tullio Giordana la sera
successiva. L’evento prevede la visione del film e un dibattito conclusivo. E’
il Circolo Giustizia della Margherita ad aver organizzato la serata, decido di
andare. La visione del film viene interrotta da qualche problema tecnico ma in
sala il clima è rilassato, molti il film l’hanno già visto come me e attendono
il dibattito.
Il primo intervento doveva essere di Claudio Fava ma un’influenza non gli ha
permesso di partecipare. Sono quasi delusa, ma poi mi accorgo che la persona che
deve intervenire è Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto di Palermo, uno dei
magistrati impegnato alla lotta alla mafia in Sicilia. C’è un silenzio rarefatto
fatto di rispetto e di attesa. Inizia l’intervento. Il magistrato fa la prima
decisa affermazione: per parlare di mafia bisogna capire il contesto in cui viviamo,
contesto culturale in particolare.
Fa un paragone con l’Olocausto, paragone ardito sembrerebbe all’inizio ma arrivati
alla fine del suo intervento non lo sembra più tanto. Come dire: non si puo’ parlare
di Olocausto e cercare di comprenderne la realtà senza analizzare il contesto
in cui si è sviluppato il nazismo, senza pensare ai milioni di tedeschi che vi
hanno aderito. E’ ciò che ci dice Hannah Arendt nella “La banalità del male”.
Così non possiamo parlare di mafia senza analizzare la normalità italiana, la
nostra storia culturale. Questa è la chiave di lettura del film e qui sta il suo
forte valore.
La mafia non è solo un’alterità, un qualcosa altro dai protagonisti del film;
il regista ci conduce nella realtà e ognuno di noi ci rivede un pezzo della sua
personale storia, come ad esempio il rapporto padre figlio, il distacco, la crescita
e l’affermazione dell’identità dell’individuo. Si cita un passo del vangelo in
cui Gesù dice “Sono venuto a dividere i padri dai figli”. Ognuno di noi ha una
nascita (si stacca dall’utero materno) e una rinascita: questo lo troviamo nel
distacco non solo dal padre al figlio ma anche nel distacco dai padri elettivi.
Nel film è la figura del pittore Stefano, a capo della sezione del PCI che viene
accusato dai ragazzi di non fare abbastanza. Le stesse ragioni del realismo politico
del personaggio del film sono state spesso addotte anche da ceti politici che
prima “osavano” e che poi hanno “traccheggiato” con la mafia. Anche per spiegare
questo concetto viene fatta una citazione illustre: Sciascia dimessosi da consigliere
si è sentito rispondere dalla classe politica di allora che non si può fare l’analisi
del DNA degli imprenditori se sono o non sono mafiosi.
Gli episodi che vengono raccontati si susseguono: un imprenditore che doveva
denunciare, esporsi, dice “ma signor giudice se non proteggono neanche lei, come
può pensare ce io mi possa fidare di essere protetto, io …che non sono nessuno?”
La Cinisi, città in cui si svolge tutto il film, di oggi non è diversa da quella
vista nella proiezione. E’ da 2 anni commissariato il consiglio comunale che è
stato sciolto per mafia, attenzione, ci dice il magistrato, non per brogli, ma
perché democraticamente sono state elette persone coinvolte nella mafia e pertanto
finché non si creeranno le condizioni nella società civile per un’elezione democratica
e “non mafiosa” rimarrà così.
Una signora tra il pubblico presene interviene e racconta che ha fatto una specie
di pellegrinaggio a Cinisi senza trovare traccia della tesimonianza di Impastato
e la gente le rispondeva “Ma che voleva che ci trovasse la targa per strada?”.
Dopo gli episodi si torna a parlare del contesto culturale e l’analisi è precisa:
noi italiani abbiamo sempre importato culture estere: l’illuminismo, il liberalismo
il marxismo. Ma la vera fisionomia culturale del paese trae i suoi caratteri da
una storia millenaria fatta di paternalismo, feudalismo, machiavellismo, tribalismo
(correnti opposte, faide …). A questo si aggiunge la “doppiezza morale” (virtù
pubbliche e vizi privati). E ancora: fascismi, il particolare prima di tutto,
la cortigianeria. Aggiungo una parola anche io citando il film di Virzì, Caterina
va in città : “le conventicole”. Questo dimostra che il problema vero è prepolitico.
La costituzione del ‘48 non rappresentava la società di allora, era prodotto
di una ristrettissima élite culturale. La cultura democratica, i diritti di cittadinanza
il costituzionalismo ancora non sono elementi culturali presenti in maniera radicata,
prevale la “cultura della roba”, l’egoismo del doppiopetto. La natura del problema
quindi è prepolitica, siamo passati alla post modernità saltando dei passaggi.
Altro elemento: la censura culturale è un fatto. I giornalisti epurati sono passati
sotto silenzio, in una vigile indifferenza. La società non sembra possedere il
valore del pluralismo che è di pochi. Di una minoranza.
Si torna al tema della serata e per capire cosa è la mafia rivediamo i personaggi
del film: c’è il boss Tano che è solo un cerchio piccolo; poi c’è un altro cerchio
più ampio, il sindaco connivente; poi nella scene finali c’è l’indifferenza all’omicidio,
un cerchio molto più grande. Viene citato Falcone di quando parlava del “Il gioco
grande del potere”.
Si susseguono ancora fatti, cronaca: nell’attuale parlamento non è stata rinnovata
la Commissione stragi. Era pronta una relazione conclusiva della commissione,
lavoro conclusivo di milioni di atti, niente di fatto. Le sentenze penali è vero
hanno un peso ma molto di più ce l’ha il fatto che politicamente non si dibatte
su una certa questione. Al di là delle assoluzioni e delle condanne poi ci può
essere il silenzio, l’indifferenza, il non dialogare e dibattere sulle questioni.
Ancora un esempio molto diretto: una donna negli anni ‘50 se tradiva era socialmente
emarginata, ancorchè condannata, c’era una censura sociale fortissima, allora
possiamo dire che il problema è culturale.
E’ di nuovo la volta degli interventi, numerosi e partecipati. Spesso viene citato
Falcone ma le risposte del magistrato in sala sono misurate, appaiono a tratti
accorte e delimitate. Come magistrato non può dare come risposta delle opinioni
ma solo fatti, accadimenti, cronache.
E’ significativo credo che alla domanda posta dal pubblico: “Falcone prevedeva
una fine della mafia. E lei cosa pensa?” Risponde che le parole vanno inserite
in un contesto, nel tempo in cui si dicono, era il ’92, bisogna fare attenzione
a un fatto: non si può fare l’antimafia speculando sui sentimenti sulle vittime,
si deve usare la testa per capire la realtà non l’emotività. Ad esempio di questo,
il magistrato rivela di non partecipare più a incontri sull’antimafia perché di
norma sono un trionfo di luoghi comuni, e aggiunge: “ma se non ci partecipo io
che glie ne importa alle persone comuni? Come fanno a interessarsi? Questo è il
punto.”
A Falcone, che indagava sui collegamenti tra mafia e politica, i collaboratori
di giustizia dicevano: “questo non te lo dico perché prendono per matto te e ammazzano
me. Il sistema non è pronto”. Ora non dicono nulla di tutto questo, hanno ricominciato
a dipingere la mafia come “i brutti e i cattivi” e basta.
Si conclude così questa serata inaspettata: squarci di vita dalla prima linea
dell’antimafia, analisi socio-culturali, e molti interrogativi a cui ancora dare
una risposta.
Rimane forte la sensazione di aver ascoltato le parole, mai banali e mai noiose
perché vissute e autentiche, di un testimone dei nostri tempi. La speranza che
mi porto dentro da quella sera è che ciascuno cerchi e trovi voci da ascoltare
nelle nostre città e nella cosiddetta società civile che restituiscano senso al
nostro agire e al nostro sperare in un mondo più giusto.