Le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo hanno aperto la stagione delle
consultazioni popolari che dopo le regionali del 2005 ci porterà alle elezioni
politiche del 2006.
Diciamocelo fuori dai denti.
L’ulivo e gli altri partiti della coalizione di centro-sinistra, hanno perso
le elezioni del 2001 perché sono apparsi divisi (o meglio “lacerati”) su molte
questioni, non da ultimo le politiche attive del lavoro; inoltre i (troppi!!)
governi che si sono succeduti nella legislatura precedente sono stati costretti
a fare scelte difficili e per taluni versi impopolari. In ultimo la coalizione
che si è presentata agli elettori non è riuscita a comunicare in maniera adeguata
quanto di buono era stato nei cinque anni precedenti.
Se la sconfitta che si è poi rivelata solo “di misura” è ascrivibile all’ottima
campagna elettorale di Francesco Rutelli che è riuscito a recuperare un gap considerevole
rispetto ai primi sondaggi che lo vedevano lontanissimo da Berlusconi.
Il lavoro è alla base della nostra forma di Stato. I Padri Costituenti hanno
voluto richiamarlo nell’articolo 1 della nostra Costituzione attribuendo ad esso
il valore di collante dell’intero sistema democratico. Il lavoro è l’elemento
su cui si fonda la Repubblica democratica italiana. A fronte di tale solenne affermazione,
non è banale interrogarsi sul significato di lavoro.
Se su di esso si fonda la Repubblica, è da esso che si deve partire per costruire
il sistema di rapporti civili, economici e valoriali del Paese.
La qualità del lavoro è dunque elemento essenziale per il tessuto connettivo
dell’intera società civile. La scelta fatta dai nostri Costituenti avrebbe potuto
benissimo indirizzarsi verso altri valori in relazione al primo articolo della
Costituzione del 1945; il valore “generico” della libertà o quello dell’unità
nazionale avrebbe potuto inserirsi senza suscitare meraviglia al posto di quello
del lavoro. Ma tali valori, pur presenti, sono richiamati più avanti; il lavoro
resta al primo punto del nostro sistema democratico.
E’ dunque un “concetto” che va esaminato più approfonditamente
Sul lavoro si costruisce un progetto di vita.
La capacità di generare reddito, infatti, è il presupposto per pensare a metter
su famiglia, e dunque si rivela necessaria per allargare il proprio progetto di
vita alla cellula fondamentale di qualunque tipo di società. Talvolta la tipologia
di lavoro (e anche la redditività che ne deriva) determina addirittura la scelta
di mettere al mondo o meno dei figli.
Il lavoro quindi è al centro della vita dell’individuo ed è, al pari di altri,
un inalienabile diritto-dovere del cittadino della comunità.
Dando per scontati questi principi, proviamo a interrogarci su cos’è (o cosa
dovrebbe essere) il lavoro.
Nel lavoro deve essere garantita la dignità, esso deve essere svolto in condizioni
di sicurezza e deve offrire garanzie e tutela.
Il lavoro non può ridursi allo scambio prestazione lavorativa – salario ma deve
contribuire alla realizzazione e alla soddisfazione del lavoratore.
La dignità del lavoro attiene alla tipologia e alle condizioni di svolgimento
dello stesso oltre che al giusto riconoscimento economico dell’attività prestata.
Sul significato di “giusto riconoscimento” dell’attività professionale prestata,
è necessario un supplemento di approfondimento: la determinazione del “quantum”
non può essere lasciata solo alle regole del mercato (in questo caso il lavoro
verrebbe pagato il meno possibile, considerando la grande offerta e la scarsa
domanda) ma chi governa ha il dovere di stabilire regole che tengano conto della
dignità dell’uomo e della donna che lavorano. In altre parole se lo stipendio
o il salario debbono servire a far fronte alle necessità (almeno a quelle primarie)
del lavoratore non è pensabile una retribuzione svincolata dal costo della vita.
Con una battuta che richiama l’attualità non è possibile ragionare di stipendi
in lire e di beni e servizi in euro… il governo dell’Ulivo quando prenderà il
posto di quello attuale dovrà aver come primo tema in agenda strumenti volti a
restituire al lavoro la capacità di rispondere alle esigenze del lavoratore e
della sua famiglia.
Il centro sinistra e la Margherita in particolare, hanno sempre posto al centro
dei propri programmi di governo l’uomo, la persona. Il lavoro, lo abbiamo detto,
deve contribuire alla realizzazione dell’uomo e tale realizzazione potrà essere
tanto più piena quanto il guadagno derivante dalla prestazione sarà considerato
equo e sufficiente a far fronte alle esigenze del lavoratore, oltre che ottenuto
in condizioni di dignità e sicurezza.
Il governo Berlusconi non ha mai preso in considerazione questi aspetti di natura
sociale delle dinamiche del mercato del lavoro. Berlusconi ha agito come il meno
lungimirante degli imprenditori (sarebbe meglio dire degli speculatori). Ha rivolto
l’azione di governo solo verso i propri interessi, per ottenere un guadagno immediato
per le sue aziende. Se però la stagnazione economica attuale continuerà, e i consumi
si ridurranno ulteriormente, bisognerà vedere quale azienda pagherà un euro per
fare pubblicità sulle sue reti!
In altre parole, ha agito in maniera del tutto scriteriata operando solo per
il bene di pochi a spese e sulle spalle di tutti, pensando al benessere personale
immediato e non a quello futuro dello Stato.
Torniamo alla qualità del lavoro; o meglio alla capacità del lavoro di rispondere
alle esigenze del lavoratore e della sua famiglia.
Il lavoro dovrebbe contribuire alla realizzazione dell’uomo, e tale realizzazione
potrà essere tanto più piena quanto il guadagno derivante dalla prestazione sarà
considerato equo e sufficiente a far fronte alle esigenze del lavoratore, oltre
che ottenuto in condizioni di dignità e sicurezza.
Spesso, quando si descrive una politica di sviluppo si fa genericamente riferimento
a interventi in grado di produrre un aumento dei posti di lavoro; molto raramente
si fa riferimento alla tipologia di posti di lavoro che quel determinato intervento
è in grado di creare. L’esempio a cui mi riferisco è, in particolare, quello dei
cosiddetti lavori atipici.
Richiamo un dato esemplificativo: la situazione della città di Roma. A Roma ci
sono circa 270.000 lavoratori atipici (stagisti, co.co.co., contratti di formazione
e lavoro, interinali,......) che al momento non hanno disponibile alcun percorso
evidente che li traghetti al di fuori della loro precarietà; l’unica certezza
che hanno è quella di dover cercare, e molto rapidamente, nuove opportunità. Se
si mettessero assieme questi 270.000 lavoratori, si darebbe vita ad un insieme
di uomini e donne pari alla somma di quelli residenti in un gran numero di città
italiane. Una città nella città. Gli atipici di Roma e provincia, così come gli
altri 4 milioni che sono nelle altre province italiane (fonte Annuario ISTAT),
attendono la grande occasione per accedere finalmente al lavoro “vero” (quello
con tutte le regole e le tutele).
È necessario avere l’onestà intellettuale di dire con chiarezza che il precariato
lavorativo non può essere la risposta da offrire ai giovani che entrano nel mondo
del lavoro, né, tanto meno, può esserla per coloro che, meno giovani, devono
rientrare nel circuito dei lavoratori attivi e devono affrontare il problema della
propria quotidiana sussistenza e di quella delle loro famiglie.
Gli strumenti normativi che esistono sarebbero in astratto efficaci, magari con
piccoli aggiustamenti, e soprattutto se correttamente governati. Il fatto è che
tali strumenti troppo spesso vengono utilizzati in modo distorto e spesso in contrasto
con la stessa filosofia di fondo che ne ha generato la loro venuta in esistenza.
Mi riferisco ad esempio al lavoro interinale, nato per profili di medio-alto livello
ed oggi utilizzato per profili d’ordine e spesso al fine di allungare il periodo
di prova troppo breve previsto dal CCNL o dal contratto di formazione e lavoro.
Quest’ultimo, poi, si è rivelato essere tanto lavoro e poca formazione, e serve
solo a far ottenere sconti alle imprese.
Il lavoro atipico non è la risposta al problema occupazionale italiano e non
lo è per una serie di considerazioni. Una per tutte: il lavoro dovrebbe essere
lo strumento che consente alle persone di liberarsi dal bisogno attraverso la
remunerazione ricavata dallo stesso. Il bisogno è sia quello immediato, soddisfatto
con la retribuzione, sia quello futuro al quale si provvede con i sistemi di previdenza
pensionistica. I circa 270.000 lavoratori atipici di Roma, come anche gli oltre
4 milioni in Italia, non sono, almeno nella gran parte dei casi, nella condizione
di provvedere al proprio futuro mettendo da parte oggi quanto servirà loro nel
momento in cui non saranno più nella condizione di lavorare. Ed il motivo non
è certo legato ad una loro scarsa propensione al risparmio, quanto piuttosto al
fatto che le retribuzioni sono talmente basse da consentire a malapena di affrontare
le necessità correnti.
Se pure non si volessero tenere in conto considerazioni di equità e di giustizia
sociale mantenendo categorie di lavoratori con salari differenziati, bisognerebbe
almeno agire per evitare oggi un gravissimo problema sociale domani. Tra 15/20
anni gli atipici di oggi non saranno più in grado di lavorare e alla loro sussistenza
dovranno provvedere i loro figli (pochi, perché l’incertezza in cui hanno vissuto
i genitori non ha contribuito ad aumentare la natalità italiana, che è la più
bassa in Europa).
Insomma, a contribuire alla crisi del sistema pensionistico italiano non vi è
solo il rapporto che tende ad essere di 1:1 tra lavoratori attivi e lavoratori
a riposo, ma anche il problema pensionistico dei lavoratori atipici.
Offrire strumenti di flessibilità alle imprese non deve significare abbattere
il livello di tutele di cui deve godere il lavoratore.
La materia del lavoro richiede, vieppiù, una responsabilità (che si potrebbe
definire etica) da parte di chi sviluppa queste politiche, il quale deve tenere
ben presente che non sta giocando con un giocattolo astratto, il mercato del lavoro,
bensì che sta determinando il benessere di ogni singola persona, della famiglia
che questa sostiene, e quindi dell’intera società.
Qui emerge ancora uno spunto critico verso chi sostiene che parlare di centralità
della persona è un alibi, uno sviare il problema. Fermamente no! Il problema vero
è la persona. E’ chi ci propone un’altra ottica che tende a sviare, a non farci
considerare che la politica, tutte le politiche, sono al servizio della comunità
(non dei singoli, come purtroppo spesso vediamo: questo si chiama politica clientelare)
e soprattutto di quella parte della comunità che ne è la parte più debole. Dobbiamo
riappropriarci, come cittadini, di un nostro bene sacrosanto, che è poi la politica
intesa come servizio per il bene comune.
L’Europa è più vicina a noi di quanto non si creda, e le politiche del lavoro
necessitano di una strategia concordata a livello comune in quanto intrecciano
le politiche dello sviluppo, dell’innovazione e della competitività del sistema
economico.
L’Europa deve promuovere strategie per gli investimenti e lo sviluppo, deve realizzare
programmi per la condivisione di know how e deve regolamentare i flussi di mobilità
interna dei lavoratori intra ed extracomunitari.
L’Europa deve essere il motore delle nuove politiche del lavoro.
Ai neo eletti della lista Uniti nell’Ulivo chiediamo un impegno per riportare
al centro dell’agire politico dell’Unione le politiche attive del lavoro con una
attenzione particolare alla qualità del lavoro quale elemento centrale di sviluppo.
L’Europa ha da sempre avuto una attenzione particolare allo sviluppo economico
del sistema delle imprese, l’Italia di Berlusconi ha interpretato questa attenzione
in maniera sbagliata. L’Italia dell’attuale governo ha creduto di poter rilanciare
lo sviluppo agendo solo sulla leva del costo del lavoro credendo di poter reggere
la concorrenza dei Paesi emergenti rincorrendoli sul terreno dove essi sono più
forti: il costo dei prodotti di serie offerti dal loro sistema delle imprese.
È chiaro anche al meno ferrato di economia che l’Italia e l’Europa non potrà reggere
mai la concorrenza sui di Paesi come la Cina. L’unica speranza per il vecchio
continente è la sfida della qualità e dell’innovazione, su cui l’Italia oggi investe
pochissimo. L’auspicio è che il nuovo Parlamento Europeo contribuisca ad invertire
questa tendenza e punti sulla creatività che agli italiani non è mai mancata.
Al governo nazionale compete lo sviluppo delle politiche del lavoro (dall’emersione
dal lavoro nero all’uscita dal precariato lavorativo). Su questo fronte il governo
Berlusconi ha più che in altri, mostrato i suoi limiti. Un governo che continua
a fare cassa con i condoni non potrà mai porre in essere una credibile lotta al
lavoro nero…quel che è emerso dalla politica economica di Tremonti è l’incentivo
costante, seppur non dichiarato, al proliferare dell’illegalità. Quando si condona
tutto, dall’evasione fiscale a quella contributiva, dalla mancata regolarizzazione
del lavoro al falso in bilancio delle società, dalla possibilità di costruire
abusivamente, anche su suolo del demanio, come ci si può aspettare che il “mercato”
si doti di regole morali?
Temo che saremo costretti ad aspettare ancora due anni per provare ad operare
un inversione di tendenza. Tra due anni ci auguriamo un governo dell’ulivo, siamo
ben consci che dovrà affrontare la pesantissima eredità del non-governo Berlusconi.
Gli italiani dovranno affrontare grandi sacrifici perché toccherà a noi cercare
di risalire la china…
Alla Regione, in ultimo competono gli interventi sulla formazione professionale
e volti a orientare lo sviluppo dei distretti produttivi.
Anche in questo caso i cittadini del Lazio non sono fortunati. La regione guidata
da Storace non brilla per incisività in questi settori.
Due soli esempi che credo possano essere illuminanti.
Le acciaierie di Terni. Appartengono ad un gruppo tedesco. Sono uno stabilimento
“sano” hanno commesse alle quali non riescono a far fronte perché ben oltre la
capacità produttiva degli impianti che lavorano su turni 24 ore su 24, vendono
oltre l’80% del loro prodotto in Italia ai grandi gruppi industriali (in primis
il gruppo Merloni). Le acciaierie di Terni rischiano la chiusura perché la direzione
tedesca (anche su indicazione del governo teutonico) ha deciso di potenziare gli
stabilimenti nell’ex Germania dell’est (in crisi e con impianti obsoleti). La
regione non ha posto in essere alcuna azione (così come il nostro ministero del
lavoro) e gran parte dei lavoratori di Terni sono in cassa integrazione e rischiano
il posto di lavoro. Questa notizia ha avuto poco spazio sui giornali e non è
apparsa affatto sui telegiornali (nonostante a detta del Cavaliere la stampa sia
in mano alle sinistre…).
Se la storia di Terni ha avuto poco spazio sui giornali, nessuno spazio, neanche
un trafiletto è apparso sulla situazione dei Fondi Strutturali assegnati alla
Regione Lazio (si tratta di fondi provenienti dall’Unione e destinati ad attività
formative e ad attività sociali). Il Lazio ha messo a bando solo una piccolissima
parte di tali fondi che se non verranno impegnati e spesi dovranno essere restituiti
a Bruxelles. Eppure tanti sarebbero i possibili usi a cui destinare tali risorse.
Ne avrebbero beneficato la lotta alla disoccupazione, il reinserimento lavorativo
dei lavoratori espulsi dal circuito produttivo, il lavoro delle donne, il lavoro
dei disabili, l’inserimento lavorativo dei soggetti a rischio di esclusione sociale
come gli ex detenuti o gli ex tossicodipendenti.
L’anno prossimo i cittadini del Lazio voteranno per il rinnovo del governo della
Regione, ci auguriamo che vorranno tenere ben presenti esempi di cattiva amministrazione
come quelli appena richiamati e che con il loro voto vogliano mandare a casa questo
centrodestra attento solo ai privilegi di pochi e sordo alle vere istanze della
società civile che sarebbero chiamati a governare.