Papa Benedetto XVI ha voluto iniziare il suo magistero solenne con un documento
di forte spessore, dedicato al mistero dei misteri cristiani, l’identificazione
della Trinità con l’Amore. L’enunciazione che apre il documento e gli dona il
nome è tratta dalla prima lettera di Giovanni, l’Evangelista che la tradizione
della Chiesa ha da subito identificato come il “discepolo dell’Amore”. Il passo
riportato per intero è il seguente: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in
Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16). Questo è il centro della fede cristiana,
che prima di tutto si conosce come fede nell’amore, un amore relazionale tra Dio
e l’uomo da Lui creato, un amore che attende di essere ricambiato in spirito e
nelle azioni.
Possiamo dividere l’enciclica agevolmente seguendo la struttura che il Pontefice
le ha dato, la prima maggiormente incentrata sulla comprensione dell’amore, e
la seconda sulle modalità di estrinsecazione di questo amore medesimo. Il rapporto
tra i differenti tipi di amore è stato sempre al centro della riflessione filosofica
cristiana. Menziono solo alcuni dei principali autori i cui echi risuonano in
questo testo: Origene, Agostino, A. Nygren, B. Forte, C. S. Lewis. La dicotomia
fondamentale è senz’altro quella tra eros e agape, tra l’amore passionale e l’amore
teologale, o anche tra amore terreno e celeste, immanente e trascendente. La tradizione
è ricchissima di analisi di grande finezza al riguardo, e questo scoraggia qualunque
tentativo di disamina complessiva, in quanto implica la caratterizzazione del
cuore stesso del Cristianesimo. Ciò che ci preme sottolineare è che l’amore-agape
nell’enciclica non si mostra superiore a quello erotico: ciò che viene sottolineato
dal Papa è il fatto che questa pulsione passionale radicata in qualunque uomo
non inaridito è in sé buona, fino a quando non si richiude egoisticamente su di
sé. La trascendenza è insita nella dinamica dell’amore, caratterizzata fondamentalmente
dall’apertura incondizionata dell’essere amante verso un altro da sé. L’agape
è l’amore discendente, il fiume di grazie che dal seno della Trinità si riversa
sulle creature e le chiama incessantemente a drizzare lo sguardo verso di Essa.
L’eros, inteso cristianamente, si caratterizza come fondamentale passione ascendente,
rivolta alla sorgente stessa dell’amore. Questo termine, come ha di recente sottolineato
M. Cacciari, è stato troppo a lungo svalutato. Nel testo in esame invece viene
recuperata la fondamentale dimensione oblativa dell’eros, che si manifesta concretamente
come chiara disponibilità al sacrificio estremo in favore dell’amato. L’eros più
grande è infatti il dare la vita per chi si ama: perdere o offrire la vita propria
al servizio degli altri e il semplice riassunto sempre valido di ogni vera Imitatio
Christi. Il teologo Ratzinger aveva infatti ben presenti le dispute che nel XX
secolo si articolarono a seguito della fondamentale opera di A. Nygren, “Eros
e Agape”, che rileggeva la Rivelazione alla luce delle differenti interpretazioni
dei due volti dell’amore.
Troppe sono state in queste settimane le interpretazioni riduttive di questo
documento, caratterizzate quasi tutte dall’errore fondamentale di prendere in
considerazione soltanto la seconda parte dell'enciclica, che viene quindi ad essere
interpretata come se la prima neppure esistesse. Invece è proprio la prima parte
che fonda la seconda e la spiega in tutto il suo valore. Se non si comprendono
le premesse, anche le conseguenze che da esse discendono sono inesorabilmente
impoverite. Il centro della Deus Caritas est e la sua vera novità è l'appello
a una esperienza passionale e ardente della fede, intesa come risposta della persona
all'Amore divino che si è chinato sull'uomo al punto da assumere su di sé la condizione
umana, facendosi carne e sangue, amando per primo e accettando per amore la sofferenza
e l'umiliazione della morte in croce. Tale appello è tanto più attuale oggi, in
un tempo in cui tanto più forti appaiono le richieste di senso che la persona
rivolge a una società che appare sempre più impoverita nei suoi modelli di riferimento,
impoverita al punto tale che la passione diviene automaticamente sinonimo di soddisfacimento
di appetiti sessuali, sociali o estetici. Origene utilizza proprio il termine
“eros” per indicare l’amore di Dio verso le proprie creature: è un amore che attende
di essere ricambiato. E’ significativo inoltre che siano due filosofe donne, l’americana
Martha Nussbaum e l’italiana Roberta De Monticelli, ad avere negli ultimi anni
intrapreso un fecondo percorso di rivalutazione dell’ordine delle passioni, intese
come la dinamica fondamentale dell’esperienza umana del mondo relazionale-pratico
e della riflessione sull’offrirsi del mondo alla nostra conoscenza teorica.
La carità cristiana nasce da un’esperienza profondamente passionale, dalla vera
conversione del cuore del singolo alle molteplici manifestazioni dell’amore divino,
in particolare a quell'atto supremo di amore che è il sacrificio di Cristo per
la salvezza degli uomini. L’Eucarestia è quindi la vera presenza di Dio e il memoriale
che fonda la Chiesa. La Chiesa è infatti etimologicamente la comunità dei chiamati
a rispondere alla oblazione dell’amore, quell’amore che quotidianamente viene
celebrato nel suo farsi carne e sangue nell’Eucarestia. Il termine Charitas riassume
quindi nella lingua latina i due volti discendente e ascendente del medesimo movimento
dell’amore che muove la storia della salvezza del singolo e dell’intera comunità
dei credenti.